Introduzione alla linguistica generale.

Materiali integrativi al corso di Didattica delle lingue moderne.

di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).



1. Il linguaggio.

1.0 Introduzione: linguaggio, comunicazione e semiotica.


1.0.1 Il linguaggio.


Il linguaggio, nella sua accezione più generale, può essere inteso come un "sistema simbolico di comunicazione", ossia come un sistema in cui l'informazione che passa tra un emittente ed un destinatario è codificata in modo simbolico. Sommariamente lo schema può essere rappresentato nel modo seguente:


Linguaggio e comunicazione

[tav. 1]
Lo schema fondamentale della comunicazione.

Ancora più astrattamente ed in generale, il "linguaggio" può essere inteso tout court come la facoltà di comunicare simbolicamente.

Naturalmente vi possono essere molti tipi di "linguaggio", a seconda delle possibili combinazioni di emittenti - destinatari (ad es. uomini, animali, ...), delle condizioni della comunicazione (ad es. nel caso di portatori di handicap, ecc.) e della varietà delle strutture simboliche impiegate ("segni linguistici", segnali, ecc.). In genere la linguistica si occupa soprattutto del linguaggio umano in generale e delle diverse "lingue storiche" (spiegheremo meglio in séguito cosa sia propriamente una "lingua"), e lascia piuttosto alla "semiotica" (cfr. infra) lo studio specialistico degli altri tipi di linguaggio (su cui, comunque, sosteremo un poco, specialmente in relazione all'interessante problema del linguaggio degli animali e dell'origine del linguaggio).


1.0.2 Il simbolo.


Di che cosa sia un "simbolo" abbiamo probabilmente tutti una idea intuitiva abbastanza definita. Il concetto, in realtà, è di lunga tradizione nel pensiero occidentale, in quanto risale ad Aristotele (384 - 322 a.C.), un filosofo di assoluta importanza fondante per tutta la nostra cultura ("il maestro di color che sanno", lo chiamava Dante; cfr. una introduzione generale ad Aristotele, o trattazioni più specifiche di parti della sua filosofia specialmente importanti per la linguistica come la Logic e Rhetoric). Aristotele, infatti, nel De interpretatione, 16a, diceva che «i suoni emessi dalla voce sono i simboli [sýmbola] degli stati dell'anima, e le parole scritte sono i simboli delle parole emesse dalla voce»; ed alcuni aspetti di questa definizione, come potrete rendervene conto dopo avere studiato le prossime lezioni, sono tutt'ora validi.
Per quel che ci riguarda, comunque, potremmo definire, grosso modo e semplificando, un simbolo come "qualcosa che sta per qualcos'altro" (eventualmente poi precisando – e le ragioni le vedremo tra poco – "per qualcuno rispetto a qualcosa"): è, cioè, la congiunzione (Greco sýn 'insieme' + bállo: 'getto') di due parti interdipendenti legate da una funzione. Il termine, va tuttavia avvertito, come spesso avviene per nozioni che hanno una lunga tradizione di uso, è stato talvolta assunto anche con valori speciali, ad esempio come sinonimo tout court di "segno", ecc. ecc. Noi qui lo useremo, per rendere più chiara la nostra esposizione, come iperonimo generico per ogni tipo di struttura simbolica, riservando il termine "segno" prevalentemente al "segno linguistico" (concetto da distinguere chiaramente nella nostra disciplina, e su cui torneremo ben presto). È bene, però, sapere che eseistono usi terminologici diversi.


1.0.3 La semiotica.

La disciplina specifica che si occupa delle strutture simboliche propriamente è la "semiotica" (cfr. Semiotics for Beginners di Daniel Chandler; uno sguardo almeno alla sua Introduction potrebbe risultare utile per tutti), ma anche la linguistica e la filosofia vi hanno recato contributi fondamentali. Anzi, proprio un linguista, il ginevrino Ferdinand de Saussure 1857-1913 (su cui molto sosteremo nelle prossime lezioni, ed un filosofo, l'americano Charles Sanders Peirce 1839-1914 (cfr. oltre il § 1.3.5; pensatore "difficile" ma di grande importanza per la filosofia del Novecento), se ne possono considerare i veri iniziatori. Le due tradizioni, l'una continentale dello strutturalismo e della semiologia ispirati da Saussure e l'altra americana della semiotica fondata da Peirce, hanno inizialmente seguito percorsi separati, ma grosso modo dagli anni Settanta si può parlare di una disciplina unitaria (sia pure con vari indirizzi e scuole).
Un'altra figura importante della semiotica del Novecento è stato Thomas A. Sebeok (1920 – 2001), fondamentale soprattutto per lo sviluppo della semiotica animale (zoosemiotica) e della semiotica del vivente (biosemiotica) in generale, discipline oggi molto vitali soprattutto tra i biologi evoluzionistici (cfr. la pagina Biosemiotics del Uexküll Center di Tartu, una sezione della Eesti Looduseuurijate Selts 'Società estone dei naturalisti'), e cui anche noi faremo spesso riferimento nei paragrafi seguenti.


1.0.4 L'intenzionalità.

Linguistica e semiotica, comunque, non coincidono del tutto: non tutti i simboli, infatti, fanno parte di un sistema di comunicazione, ossia, in altre parole, non tutti sono intenzionali. L'intenzionalità, che, almeno per i nostri fini di semplici linguisti, potremmo riduttivamente parafrasare come "volontà di significazione", è una caratteristica fondamentale oltre che del linguaggio, di ogni sistema di comunicazione in genere, ed anzi, ancora più in generale, di ogni stato mentale.

L'intenzionalità è in realtà un concetto molto più complesso, ed è uno dei più problematici della moderna filosofia della mente e del linguaggio, a partire da quando fu proposto in termini moderni da Franz Clemens Brentano 1838-1917, psicologo e filosofo, nel 1874:

Every mental phenomenon is characterized by what the Scholastics of the Middle Ages called the intentional (or mental) inexistence of an object, and what we might call, though not wholly unambiguously, reference to a content, direction toward an object (which is not to be understood here as meaning a thing), or immanent objectivity. Every mental phenomenon includes something as object within itself, although they do not do so in the same way. In presentation, something is presented, in judgment something is affirmed or denied, in love loved, in hate hated, in desire desired and so on.
[...]
This intentional inexistence is characteristic exclusively of mental phenomena. No physical phenomenon exhibits anything like it. We can, therefore, define mental phenomena by saying that they are those phenomena which contain an object intentionally within themselves.

[tav. 2]
Franz Brentano, Psychologie vom empirischen Standpunkt, 1874 revisionato 1911 e 1924; trad. inglese (dall'ed. del 1924) Psychology from an Empirical Standpoint, London, Routledge and Kegan Paul, 1973, 88-89. I passi sono riportati anche da Pierre Jacob, Intentionality, voce in The Stanford Encyclopedia of Philosophy (Fall 2003 Edition), Edward N. Zalta (ed.).
Inutile sottolineare la estrema difficoltà del passo: per usare le parole di Jacob cit. "Replete as they are with complex, abstract and controversial ideas, these two short paragraphs have set the agenda for all subsequent philosophical discussions of intentionality in the late nineteenth and the twentieth century". Ve lo riporto non perché penso che possiate ORA capirlo completamente (le spiegazioni alla buona del concetto di intenzionalità che abbiamo dato possono al momento bastarci; in prima lettura voglio solo che ne misuriate il grado di difficoltà), ma perché, tornando indietro a rileggerlo DOPO avere superato il I capitolo delle lezioni, constaterete di potercela allora fare. Per studiarlo vi riporto anche l'utile traccia che ne da Jacob: "In the two paragraphs quoted above, Brentano sketches an entire research programme based on three distinct theses. According to the first thesis, it is constitutive of the phenomenon of intentionality, as it is exhibited by mental states such as loving, hating, desiring, believing, judging, perceiving, hoping and many others, that these mental states are directed towards things different from themselves. According to the second thesis, it is characteristic of the objects towards which the mind is directed by virtue of intentionality that they have the property which Brentano calls intentional inexistence. [Did Brentano mean that the objects onto which the mind is directed are internal to the mind itself (in-exist in the mind)? Or did he mean that the mind can be directed onto non-existent objects? Or did he mean both?]. According to the third thesis, intentionality is the mark of the mental: all and only mental states exhibit intentionality".

Se l'intenzionalità è caratteristica degli stati mentali in genere (anche se non necessariamente di tutti), noi siamo specialmente interessati agli stati mentali di un tipo particolare: quelli che si hanno nell'attività linguistica (e che sono anche quelli con cui possiamo rendere conto degli altri stati mentali: provare una sensazione od un sentimento non è una attività linguistica, esprimerlo di solito sì). Pertanto, per noi, è sufficiente un accezione più ristretta e specifica tra le molte che si potrebbero dare di "intenzionalità" (dal senso della finalizzazione delle azioni, al senso dell'intenzionalità delle nostre rappresentazioni mentali).
Tralasciando la filosofia, e per semplificare, potremmo spiegare l'intenzionalità dei segni linguistici con un esempio: la febbre è un sintomo di uno stato patologico nell'organismo, sicché potremmo considerarlo (e nel linguaggio ordinario di fatto lo facciamo) "un segno della malattia", ma non c'è alcuna intenzionalità (volontà di significazione) in questa relazione simbolica, vale a dire che non c'è alcuna comunicazione: manifestare la febbre non è certo un atto linguistico.