di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).
Il pensatore e linguista che dopo Saussure è stato più determinante
ed influente per la linguistica contemporanea è probabilmente l'americano Noam
Chomsky (1928-...): si può infatti ben dire che dopo il 1957 (data del suo primo libro,
Syntactic Structure) il panorama della linguistica non sia più stato lo stesso,
e la sua teoria, la "grammatica generativo-trasformazionale" (o semplicemente "grammatica
generativa"), nelle varie forme che ha assunto nel suo ormai quasi mezzo secolo di
vita, è presto diventata il paradigma di riferimento per tutta la comunità scientifica.
Abbiamo detto "nelle varie forme" perché è in realtà difficile parlare della grammatica
generativa come di UNA teoria, perchè tale è stata la continua evoluzione dal 1957 ad oggi
che si dovrebbe parlare di MOLTE teorie successive, e non basterebbe un corso intiero a
tracciarne la storia. Dovremmo, pertanto, limitarci a considerare solo DUE forme
della teoria, in quanto particolarmente importanti ed attuali: (1) l'ultima forma organica
proposta, che è quella de The Minimalist Program, London (England) - Cambridge
(Massachusetts), MIT Press, 1995, detta appunto teoria minimalista; e (2) la forma
della teoria tuttora più diffusa tra i linguisti e cui è più spesso fatto riferimento,
che è quella proposta in Lectures on Government and Binding, Dordrecht, Foris,
1981, detta appunto teoria GB, ossia Government and Binding Theory 'Teoria
della reggenza e del legamento'.
A differenza dello strutturalismo nato con Saussure, che si
costruiva a partire dalla significazione (ossia sulla teoria dei segni) e dalla semantica
(ossia sulla teoria del significato), fondandosi sulla comunicazione e sulla convenzione sociale,
la grammatica generativa di Chomsky si concentra soprattutto sulla sintassi (ossia sulle regole di
combinazione dei costituenti) e sulla matrice biologica, individuale, del linguaggio.
Come vedremo, inoltre, le due impostazioni presuppongono anche due filosofie radicalmente
diverse.
Ma, al di là delle differenze teoriche, e delle nostre eventuali preferenze filosofiche
per l'una o l'altra teoria, tanto Saussure quanto Chomsky, e le rispettive tradizioni
linguistiche, hanno messo in evidenza caratteristiche del linguaggio comunque
fondamentali per la linguistica e che possono (e devono) essere integrate in una
descrizione efficiente dei fatti delle lingue.
Questo si può fare anche tenendo sempre presente che, al di là dei
risultati linguistici e scientifici utilizzabili in sé (indipendentemente dalle
posizioni filosofiche "pre-linguistiche" che li hanno suscitati), il programma
chomskyano è fondamentalmente altro e molto più di una semplice teoria linguistica:
è, infatti, anche una teoria filosofica forte sul linguaggio, teoria che, naturalmente,
si può accettare o meno, ma di sicuro non ignorare. Chomsky, non a caso, è forse
il linguista che ha più interagito con la filosofia e le pratiche dei filosofi
contemporanei ("analitici" e soprattutto "cognitivi"), che (d'accordo o contrari
che fossero) comunque non hanno mai potuto trascurarlo.
La sua inclinazione filosofica si è infatti espressa in una nutrita serie di pubblicazioni
che hanno sempre affiancato la sua produzione più tecnicamente linguistica:
al di là degli interventi politici (molto radicali e di larga diffusione) che non
ci interessano in questa sede, dei suoi numerosi scritti di filosofia del linguaggio
dobbiamo tenerne presenti almeno due. Il primo è Cartesian Linguistics.
A Chapter in the History of Rationalist Thought,
New York, Harper & Row, 1966. In esso, al di là di una lettura originale della
storia della linguistica del Settecento (che viene "riletta" in funzione delle
problematiche della linguistica contemporanea), si profila una strategia costante
nella teorizzazione linguistica di Chomsky: saltare la glottologia (diacronica)
dell'Ottocento e lo strutturalismo (sincronico) del Novecento, rivalutando invece
il pensiero (non solo linguistico) del Settecento. Il secondo, recente, è
New Horizons in the Study of Language and Mind, Cambridge (UK),
Cambridge University Press, 2000, una raccolta organica di saggi che costituisce
probabilmente la lettura più illuminante (e caldamente consigliabile) sul pensiero
di Chomsky e sul dibattito filosofico attuale di cui è parte integrante.
Quello che ci riproponiamo nei seguenti paragrafi è, dopo avere chiarite un poco i presupposti del pensiero chomskyano (in base soprattutto ai citati New Horizons), presentare brevemente quelle caratteristiche che Chomsky ha individuato nel linguaggio umano, cui accennavamo, e che costituiscono le fondamenta linguistiche della teoria generativa. In ciò fare, ci atterremo soprattutto alla forma "GB" della grammatica generativa, dato che il programma minimalista non è ancora generalmente accettato dalla più parte dei linguisti generativi, forse perché ancora in fieri e poco chiaro. Non entremo tuttavia nello specifico di come è strutturato e funziona in concreto il meccanismo descrittivo della GB, dato che è già efficacemente spiegato nel manuale di Graffi - Scalise. Le questioni, inoltre, della teoria generativa che più hanno interazioni col piano biologico (cognitivismo, apprendimento del linguaggio), dobbiamo rimandarle ad altro capitolo, cfr. ¶ 1.4, quando avremo un poco spiegato, appunto, le basi biologiche del linguaggio; e solo allora potremo anche tentare un qualche bilancio critico del generativismo (cfr. § 1.4.6).
Nel paragrafo 1.1.5bis,
tracciando un bilancio sulle posizioni delineatesi tra fine Ottocento ed inizio
Novecento riguardo alla teoria del significato, notavamo che alla linea Saussure-Wittgenstein
si contrapponeva la linea che partiva da Frege. Avevamo, ossia, «da una parte una
concezione antropologica per cui il significato è funzione dell'uso, e dall'altra
una posizione "platonica" per cui il significato è funzione di una verofalsità possibile
a priori, ossia insita nei segni stessi che rimandano ad una realtà esterna indipendentemente
dall'uso che ne fa una comunità» (§ 1.1.5bis):
per Frege «l'umanità [deve avere] un patrimonio comune di pensieri che
trasmette di generazione in generazione» (Frege, Senso e denotazione, in La
struttura logica del linguaggio, a cura di Andrea Bonomi, Milano, Bompiani,
1995 [1973], p. 12). Orbene, Chomsky si colloca precisamente sulla linea "platonica"
di Frege (Chomsky, per la verità, con la sua solita mossa di rifarsi al Settecento
saltando i precedenti più diretti, si riallaccia esplicitamente a Cartesio), solo
precisando in senso biologico, genetico la natura di quel "patrimonio
comune di pensieri" che in Frege restava piuttosto vago. Avremo modo di approfondire
in séguito (cfr. § 1.4.5)
la soluzione "innatista" di Chomsky; ora quello che ci preme è
chiarirci bene la contrapposizione generale tra le due possibili impostazioni.
Usando molto alla buona una terminologia comune in filosofia, chiameremo le posizioni "antropologiche" del tipo di quelle di Saussure e Wittgenstein (il significato è funzione della comunità che lo usa, il linguaggio è pubblico) esterniste e le posizioni latamente "platoniche" del tipo di quelle di Frege e Chomsky (il significato dipende da concetti che sono dati - idealisticamente o biologicamente - all'interno delle nostre menti, il linguaggio è individuale) interniste. La distinzione tra internismo ed esternismo, in realtà, è stata tracciata in molti modi in filosofia ed ha assunto accezioni anche contrastanti, spesso intrecciandosi con la ancora più problematica nozione di "realismo": una definizione, molto tecnica, ma di carattere sufficientemente generale da comprendere la più parte delle accezioni (inclusa la nostra) potrebbe essere la seguente proposta da Alberto Voltolini, Internalism & Externalism (disponibile online): «Taken in their simplest versions, externalism and internalism are the conceptions according to which, pending on the broad vs. the narrow identification of an intentional state, the content of such a state can legitimately be conceived only either as relational or as non-relational respectively. For externalists, the representational content of an intentional state depends on a reality lying outside the subject of such a state. For internalists, no external object or event which lies or occurs outside a subject’s brain (or at most its body) is relevant for the individuation of the content of an intentional state.» Come vedete, nella definizione "buona" si parla di "stati intenzionali" in generale (ricordate la nozione di intenzionalità?), e di come il loro contenuto sia determinabile solo in funzione di fattori esterni al soggetto o solo in base a condizioni interne alla mente del soggetto medesimo. Naturalmente, vi possono poi essere molti modi e fattori (interni o esterni) in base ai quali il contenuto di uno stato mentale può essere individuato (quasi tutti chiaramente descritti nell'articolo cit. di Voltolini), il che dà ragione della molteplicità di accezioni in questione.
[tav. 1]
Una simpatica rappresentazione dei concetti di internismo ed esternismo tratta
dalla utilissima pagina di Alberto Voltolini su Internalism & Externalism.
Non possiamo, chiaramente, approfondire troppo il problema. Possiamo
però soffermarci a notare come l' "internismo" chomskyano si differenzi da quello
di Frege per il diverso modo in cui i concetti all'interno delle nostre menti sono
concepiti: idealisticamente (Frege) o biologicamente (Chomsky). La differenza è in
realtà molto rilevante, e con conseguenza di vastissima portata (al di là del fatto
paradossale che in Chomsky si coniugano istanze platoniche e posizioni realistiche),
dato che comporta una radicale naturalizzazione degli stati mentali.
Cosa vuole dire questa strana espressione? Dobbiamo prendere la cosa un po' da lontano.
Molto spesso, quando una disciplina nuova inizia a prendere forma si trova di fronte
al problema di far riconoscere il proprio status scientifico. Molto spesso la strategia
è stata quella di mostrare come le proprie teorie fossero esprimibili ("riducibili")
anche nel linguaggio di un'altra disciplina già sicuramente scientifica (di solito la fisica):
così, ad esempio, nel Sette-Ottocento la chimica dovette essere "ridotta" alla fisica,
prima di poter tornare a camminare con le proprie zampe, ecc. ecc. Quest'operazione,
tecnicamente chiamata riduzione, è stata tentata molte volte nella storia
della scienza, ma raramente con risultati di lunga durata (al di là dell'ammissione
nel club delle "scienze buone" delle neoscienze che vi si sono sottoposte).
Chomsky, per rendere la linguistica una scienza alla pari di tutte le altre, opera
anche lui una riduzione: riduce gli stati mentali in generale e quelli linguistici
in particolare, che sono lo specifico oggetto della scienza linguistica, ad oggetti
"naturali", fisici e reali, alla pari degli oggetti della fisica e delle altre scienze
"forti". Questa particolare riduzione è appunto la "naturalizzazione" del mentale.
Nel fare ciò Chomsky, tra l'altro, è in compagnia di un buon numero di filosofi "cognitivi"
che pure mirano alla naturalizzazione della mente, ossia alla sua riduzione agli stati
fisici indagabili da psicologi e neurologi (e quanto questo comporti dal punto di
vista della psicologia lo vedremo meglio più avanti, nel quarto capitolo).
Quello che voglio sottolineare, però, è come con questa mossa Chomsky rinunci
del tutto a quella che da Brentano (cfr. il § 1.0.4)
in poi è la principale caratteristica degli stati intenzionali (tra cui i segni linguistici!):
la loro inesistenza oggettiva (o meglio: la non esistenza degli oggetti negli stati mentali, che
quindi non sono essi stessi oggetti), la famosa "inesistenza intenzionale". Ma questa
rinuncia alla più radicale specificità degli stati linguistici, naturalizzati
e normalizzati alla stregua degli oggetti di qualsiasi altra scienza,
è davvero un gioco che vale la candela? Il giudizio è difficile, ed in effetti
il dibattito, tanto tra i linguisti come, ancor più, tra i filosofi è tuttora aperto.
La ricorsività, o più correttamente "funzione
ricorsiva", è propriamente un concetto matematico con il quale si definisce il dominio
dei numeri naturali, che è un insieme infinito di unità discrete, ognuna delle quali
non si può che definire ricorsivamente come la somma un unità al suo antecedente (se
la serie dei numeri naturali è infinita, come potremmo definirli tutti in modo
diretto?).
La «idea of "infinite use of finite means"» viene da Chomsky, con la sua usuale mossa
di ricavarsi gli antenati nel periodo precedente la glottologia otto-novecentesca,
fatta risalire a Wilhelm von Humboldt
(1767–1835), poliedrica figura di diplomatico, studioso e linguista (lo incontreremo
anche più avanti, come padre nientemeno che della linguistica
austronesiana !).
L'esigenza di spiegare (nei termini, almeno, che saranno poi di Chomsky)
«l'apparente paradosso [...] - per usare le parole
di Andrea Bonomi, Le immagini dei nomi, Milano, Garzanti, 1987, p. 35 -
che un insieme finito di mezzi, quali sono appunto i dispositivi grammaticali di
una qualsiasi lingua, producono un insieme virtualmente infinito di enunciati» risale,
in realtà, al filosofo Edmund Husserl
(1859-1938), il padre della fenomenologia che, nelle sue Logische Untersuchungen
'Ricerche logiche' (1900-1901) «individua questa capacità generativa nell'iterabilità
delle regole grammaticali» (ibidem; è degno di nota il fatto che le Ricerche
logiche anticipano la prospettiva chomskyana anche nella concezione di una "grammatica
universale" formale, "generativa" ed a regole). Analogamente, in grammatica generativa,
l'accento è sempre sulla capacità delle regole della lingua di generare (non a caso
la teoria è detta "generativa") ricorsivamente sempre nuove frasi.
La ricorsività investe ogni aspetto della lingua, anche se i generativisti la evidenziano
prevalentemente come capacità di generare infinite frasi semplici (ad es. "Tizio
dorme", "Caio mangia la zuppa", "Piove"), e come possibilità teoricamente illimitata
di incassare frasi dipendenti (ad es. "[Sempronio compra la casa [che ha fatto il
muratore [che viene dal paese [che è nella valle [che è bagnata dal fiume [che nasce
dal monte [dove mia nonna raccontava [che ...]]]]]]]]": uno decide di fermarsi solo per ragioni pratiche,
ma teoricamente potrebbe proseguire all'infinito).
Naturalmente, possiamo aggiungere noi,
ciò è vero, evidentemente, anche per il lessico (il dizionario dei "segni" elementari
della lingua, aspetto che interessa di meno alla prospettiva chomskyana): possiamo
sempre introdurre lessemi nuovi per nuovi oggetti (pensate ad esempio ai frutti
"esotici" entrati in occidente: non conoscendo la Bromelia ananas non avevamo
certo una parola per designarla, ma questo non ci ha impedito di introdurla quando
ne abbiamo avuto bisogno, nella fattispecie prendendola indirettamente dal guaraní,
la lingua indigena del Paraguai) o per nuovi concetti (pensate a molti "nuovi" concetti
introdotti dalla scienza come cibernetica, topologia, ecc.).
Quando diciamo "Pippo chiama Topolino" non diciamo la stessa
cosa di "Topolino chiama Pippo" in quanto il significato delle due proposizioni è
chiaramente diverso, ma quando diciamo "2+3" e "3+2" il significato, "5", non cambia.
Il linguaggio umano, ossia, è caratterizzato da una dipendenza dalla struttura
("Structure Dependency"), laddove il linguaggio dell'addizione aritmetica è
"indipendente" dalla struttura. Molti linguaggi "artificiali" (cfr. più avanti),
compreso quello dell'aritmetica e compresi molti linguaggi informatici di programmazione,
sono in effetti "structure independent": non così il nostro linguaggio naturale.
Se, però il linguaggio umano è sempre dipendente dalla struttura, a tutta prima la
"struttura" in questione non sembra essere sempre la stessa. Se confrontiamo, ad esempio,
in italiano e giapponese la composizione di una frase semplice od il modo in cui viene
costruita una incassatura (l'abbiamo vista a livello di frase nel paragrafo precedente),
una volta eliminate le combinazioni agrammaticali (tipo "del padre la casa di Taro")
e insensate (tipo "una mela mangia Taro") in entrambe le lingue, otterremo il quadro seguente:
| Taro | mangia | una mela | ....|.... | Taro | una mela | mangia |
| Taroo ga | tabe | ringo o | ....|.... | Taroo ga | ringo o | tabe |
| [La casa | [del padre | [di Taro]]] | ....|.... | [[[di Taro] | del padre] | la casa] |
| [ie | [otosaan no | [Taroo no]]] | ....|.... | [[[Taroo no] | otosaan no] | ie] |
[tav. 2ab]
Il diverso modo di costruire una frase semplice (a) ed una "incassatura" (b) in italiano
e giapponese. Le costruzioni agrammaticali (marcate con un asterisco nella tradizione
chomskiana) nella tavola sono scritte in grigio.
La tavola evidenzia come l'ordine dei costituenti immediati sia
diverso (in giapponese il verbo è in posizione finale, in italiano centrale) e
come le incassature vengono diversamente impostate (in italiano sono costruite a
destra, in giapponese a sinistra).
Uno potrebbe, pertanto, limitarsi a pensare che il solo fatto di essere dipendente
da una struttura possa essere costitutivo del linguaggio umano, e non che la
struttura sia poi questa piuttosto che quella. Chomsky, invece, pensa di potere
andare più in là, e sostiene che in realtà alcuni principi della struttura
del linguaggio sono universali, in particolare (1) il "principio di proiezione"
e (2) la "teoria X-barra", che ne costituisce una sorta di corollario. Non sono
concetti semplici e ci contenteremo di darne un'idea: per una esposizione più
completa è meglio rifarsi ad una esposizione sistematica di grammatica generativa
(come ad esempio quella che c'è in G. Graffi, Sintassi, Bologna, il Mulino, 1994).
Per principio di proiezione si intende, molto alla buona, che le proprietà
degli elementi lessicali si proiettano sempre nella sintassi: ad es. alcuni verbi
hanno la proprietà, definita a livello di lessico, di accompagnarsi sempre a due nomi
(tipo "picchiare": "Topolino picchia Gambadilegno") altri ad uno solo (tipo
camminare: "Pippo cammina") e questa proprietà deve essere rispecchiata dalla ( = "si proietta
in") sintassi. Più formalmente, dunque, il principo suona "Le rappresentazioni di
ogni livello sintattico sono proiettate dal lessico".
La teoria X-barra (il nome molto formalizzato e matematizzante è tipico dello
stile chomskyano, tutt'altro che agevole per i non iniziati), invece, ci dice quale
schema sintattico debbano poi assumere tutti i costituenti proiettati conformemente al
principio precedente. Lo schema è quello della struttura sintagmatica, in cui ogni
sintagma deve avere una testa ("X" è la tradizionale etichetta matematica per una
variabile, che nella fattispecie può essere un costituente di qualsiasi tipo, ad
es. un verbo, "V", un nome, "N", ecc.), e che la struttura è la medesima ad ogni
livello (indicato dal numero delle "barre" sulla "X" - nella pratica le barre
vengono di solito rappresentate con apici, più semplici da gestire tipograficamente).
Lo schema generale è dunque il seguente:
[tav. 3]
Rappresentazione della sintassi X-barra della grammatica generativa. Riprodotto
da Giorgio Graffi, Sintassi, Bologna, il Mulino, 1994, p. 162.
In effetti, se volete provare a sostituire, constaterete che tutte le
diverse strutture del giapponese e dell'italiano sono rappresentabili nello schema
X-barra. La prescrizione di entrambi i principi (proiezione ed X-barra) è molto generale,
e potremmo anche dire, seguendo una argomentazione tipica della filosofia della
scienza, che le due leggi "proibiscono poco" e quindi non sono molto potenti; però è
anche vero che finora non è stata descritta nessuna lingua umana che le falsifichi.
In altri termini, la teoria X-barra dice in effetti molto poco sulla natura costitutiva
del linguaggio che il programma chomskiano vuole portare in luce; è però molto utile per consentire
l'analisi sintattica diretta (individuazione dei sintagmi elementari, altrimenti detta
"analisi in costituenti immediati" o "chunking") di qualsiasi lingua data (per le modalità
più in dettaglio cfr. il § 7.2, pp. 166-174, del manuale di Graffi - Scalise). È cioè un
formalismo particolarmente utile a chi, come noi, studia delle lingue, ma non
stupisce che nel programma minimalista, l'ultima versione del programma chomskiano,
sia stato lasciato completamente cadere, dato che ci è di scarso aiuto per definire quel
linguaggio che è l'oggetto di studio privilegiato di Chomsky.
Il principio di proiezione, per cui le proprietà degli elementi lessicali
si proiettano sempre nella sintassi, può essere preso anche come la base di una teoria
modulare del linguaggio: il linguaggio, ossia, si articolerebbe in più livelli distinti,
o "moduli" separati ma interrelati tra loro. Moduli tra cui andrebbero riconosciuti
almeno quelli più profondi del lessico (semantica) ed anche (per Chomsky) della sintassi
e quello più superficiale della fonologia. In effetti tutta la storia della
grammatica generativa è caratterizzata dai concetti di struttura profonda e struttura
superficiale, che vengono però articolate in una serie di modalità via via diversi a seconda dei
diversi modelli chomskiani (alla turbinosa evoluzione del programma generativo, impossibile
qui da seguire nel dettaglio, abbiamo più volte accennato) e dei molti modelli alternativi proposti
dai generativisti "eretici" (o comunque di non stretta osservanza chomskiana). Questo, almeno,
fino alla promulgazione del programma minimalista, in cui anche questo caposaldo
della teoria generativa viene lasciato sostanzialmente cadere.
[tav. 4]
Rappresentazione della struttura modulare del linguaggio, in base al principio di proiezione,
secondo la cosiddetta "Standard Theory" (N. Chomsky, Aspects of the Theory of Syntax,
Cambridge (Mass.), MIT Press, 1965). Riprodotto da Ray Jackendorff, Foundations of Language.
Brain, Meaning, Grammar, Evolution, Oxford (GB) - New York (USA), Oxford University Press,
2002, p. 109.
Riportiamo qui solo il modello comprensibile più immediatamente (cioè senza ricorrere
ad illustrazioni apposite) tra i vari proposti da Chomsky,
rinunciando a presentare quello della teoria GB perché troppo complesso. Un utile
prospetto dei vari modelli proposti da Chomsky si può comunque trovare in Jackendorff 2002,
cit., nel capitolo 5 The Parallel Architecture, pp. 107-151.
Ma nel merito del programma minimalista non è qui il caso di entrare;
proveremo invece a presentare un modello multi-livellare, basato sul principio di proiezione,
abbastanza ricco da abbracciare tutte le tradizionali parti della linguistica. Si tratta,
badate bene, di un modello ideale, ipersemplificato ed "ingenuo" (e che pertanto non coincide con
alcuno specifico modello di Chomsky) che rende conto dei tradizionali "livelli" (che
corrispondono poi ai tradizionali capitoli in cui si scandisce ogni grammatica descrittiva di una lingua data) come
proiezioni della struttura profonda del lessico (che identifichiamo con la semantica tout court,
rinunciando ereticamente al "sintassicentrismo" caratteristico di Chomsky).
| livelli | glossa | contenuto |
| Semantica | significato lessicale e relazionale | lessico e relazioni logiche di base (ruoli-theta, Caso, ecc.) |
| Morfologia | formazione dei segni linguistici, dai minimi ai complessi | morfemi ("parole", POS, caso, ecc.) |
| Sintassi | combinazione dei segni linguistici | sintagmi e frasi (struttura sintagmatica e frasale) |
| Fonologia | significante, seconda articolazione | fonemi |
| Discorso | struttura informazionale | testo e co-testo (tema/rema, topic/comment, noto/nuovo, ecc.) |
| Fonetica | parole, esecuzione | la realtà acustica dell'atto linguistico |
| Contesto | mondo | la situazione in cui entra l'atto linguistico |
[tav. 5]
I diversi livelli in cui si scompone il linguaggio. I livelli "extralinguistici", cioè nel mondo
e non più negli stati mentali, nella tavola sono scritti in grigio.
Si noti che alla fonte di ogni proiezione sta il lessico (come anche nel modello di Chomsky
in Tav. 4) con le relazioni fondamentali che ogni entrata lessicale richiede, ma che in questo
schema la sintassi occupa un ruolo distinto che è proiezione di quello semantico (a differenza
del modello di Chomsky in Tav. 4). Inoltre la morfologia, in questo schema, occupa una posizione
semplicemente di interfaccia più che di livello autonomo di proiezione (il che giustifica
l'esistenza di lingue con morfologia ridottissima, come il cinese o l'inglese stesso, a
fronte dell'inesistenza di lingue con una sintassi od un lessico analogamente ridotti).
Infine, alcune annotazioni terminologiche. Con Caso maiuscolo si sogliono indicare
le relazioni sublogiche (secondo le chiamava Hjelmslev, cfr. quanto detto sui sistemi di
casi locativi nel
§ 2.2.5) di causa,
locazione, direzione, ecc., relazioni di fatto "prelinguistiche" o comunque
presupposte da ogni lingua (perché presupposte dagli stati di cose esistenti nel mondo
medesimo); con caso minuscolo l'espressione esplicita che tali categorie possono ricevere
(o non ricevere!) nella morfologia di una lingua data. Per POS, acronimo dell'inglese
Part Of Speech, che ha ormai soppiantato il latino Pars Orationis) si intende,
molto approssimativamente, la classe (nome, verbo, aggettivo ...) cui una parola di
una lingua viene assegnata. Co-testo, infine, nella tradizione della linguistica testuale
indica l'universo (mentale!) del discorso, per distinguerlo dal contesto che
è invece l'universo (fattuale!) del mondo in cui l'atto linguistico, una volta effettuato,
entra.
Alla fonte della proiezione, quindi, sta il lessico con le
relazioni fondamentali che richiede: anche in un dizionario materiale (cartaceo od
elettronico che sia), infatti, oltre che in quello mentale, a fianco del significato
di un lemma, sono indicate le reggenze (es.: chiedere qualcosa a qualcuno)
e/o le classi di accordo (es: genere maschile). Le categorie relazionali di solito
richieste da un predicato (cioè da un elemento che può formare una frase) sono tipicamente
quelle che la tradizione generativa chiama "ruoli-theta" o "ruoli tematici" (con una
etichetta invero ambigua, dato più spesso si parla di struttura tematica e di
tema per il livello del discorso!), cioè le classi di azionalità "agente",
"paziente" e "stato".
Questo modello di organizzazione multi-livello del linguaggio può servire
a chiarirci definitivamente una nozione fondamentale (in sé, ma anche indispensabile
per affrontare lo studio di una lingua straniera) come quella di soggetto,
per poi a mettere alla prova tale comprensione con le diverse soluzioni e strategie poste
in campo dalle lingue del mondo. E ne abbiamo davvero bisogno, perché, anche se ne
siamo inconsapevoli ed anzi ci illudiamo perlopiù del contrario, abbiamo in realtà, tradizionalmente,
delle idee piuttosto confuse in materia. Purtroppo, infatti, la prima definizione
di soggetto che istintivamente ci viene in mente (che è poi quella che tutte le
nostre maestre delle elementari, nella loro beata incoscienza, ci hanno ahinoi sempre
inculcato) è che "il soggetto è colui che fa l'azione". Bastano tuttavia pochi esempi
per convincerci che spesso ciò non funziona: i soggetti delle frasi italiane Pietro soffre e
Milano si trova in Lombardia tutto sembrano fare meno che "fare un'azione", e
precisamente Pietro patisce anziché promuovere una azione, e Milano
lungi dal fare qualsiasi azione si trova piuttosto in uno stato.
La ragione di questo pasticcio è che si sono scambiate categorie di livello semantico
(ruoli azionali o "ruoli-theta") con categorie di livello sintattico: la nozione di
agente è a livello semantico e quella di soggetto a livello sintattico.
Una definizione più corretta di soggetto che non esca dal livello pertinente sarebbe
pertanto qualcosa del tipo "il primo argomento di un predicato", "il partecipante
minimo di un predicato" o simili, in cui comunque nessun riferimento è fatto al
supposto ruolo agentivo espletato dal soggetto.
Ad analoghi fraintendimenti è spesso esposta la nozione di tema,
che, cosa grave specie in chi studia lingue orientali (cinese e giapponese), non
viene sempre chiaramente distinta da quella di soggetto, anche questa volta
per una non esplicita discriminazione tra i diversi livelli cui le due nozioni si
riferiscono: quello del discorso (tema) e quello sintattico (soggetto).
Nella frase italiana (normale nel parlato, dove è accompagnata da una speciale
intonazione, ma riprovata nello scritto) Gigi, i ladri
gli hanno svaligiato la casa a livello sintattico il "soggetto" è i ladri e
lo sfortunato Gigi è semplicemente "fuori sintassi" (non a caso la grammatica
normativa vieta questo tipo di frasi, che chiama anacolute, cioè agrammaticali,
perché semplicisticamente le ritiene costruite con "due soggetti"!), ma a livello del discorso
la struttura informazionale di questa frase vuole che il "tema" (ciò di
cui si parla, l'argomento del discorso) sia Gigi, mentre i ladri e quello
che hanno fatto siano l'informazione nuova (il rema) che viene fornita: struttura
sintattica e struttura informazionale non coincidono.
Questa possibile non coincidenza, non frequente nell'italiano scritto sorvegliato, è
invece frequente ed anzi perfettamente inserita nelle regole grammaticali di lingue
come il cinese ed il giapponese (sia pure con modalità tra loro molto diverse). Càpita
infatti di trovare linguisti che ne parlano come di lingue che non esprimono tanto
la categoria del soggetto (assurdo: se una lingua ha sintassi, come per forza deve avere,
come potrebbe non esprimere un soggetto?) quanto quella del tema, e del pari trovare
tradizioni linguistiche che chiamano questi "temi grammaticalizzati" come "soggetti",
gettando i lettori in comprensibile confusione. Siete quindi avvisati!
In questo paragrafo ci allontaneremo completamente da Chomsky,
che pure è il filo principale del capitolo, per una digressione, breve ma importante,
che nasce spontanea dall' osservazione (tangenziale rispetto al percorso chomskiano
ma per noi fondamentale) che abbiamo appena fatto nel capitolo precedente: la nozione
di soggetto pertiene al solo livello sintattico e va distinta da quella di
ruolo agentivo al livello semantico. Per mettere (come accennavamo) alla prova
la nostra comprensione di ciò, ci proponiamo ora di amplificare l'argomentazione,
esaminando quali delle combinazioni teoriche tra ruolo agentivo e ruolo sintattico,
e con che interfaccia morfologico, si trovino di fatto usate nelle lingue
del mondo. L'argomento, oltre che interessante in sé, è, infatti, particolarmente utile
proprio per acquisire sicurezza sulle nozioni di soggetto ed oggetto.
Partiamo dalla considerazione di quattro tipi di predicati esemplari, usando per lo scopo quattro verbi latini (il latino, avendo caso morfologico esplicito sul nome ci consente di verificare l'interfaccia morfologico più immediatamente dell'italiano, in cui non si ha marca morfologica di caso): uno che richiede in sintassi due argomenti, soggetto ed oggetto (cioè un verbo transitivo tipico), e tre che richiedono un argomento solo, il soggetto, (cioè tre tipici verbi intransitivi): edere 'mangiare' [TR = transitivi], ire 'andare' [ITR1 = intransitivi attivi], dole:re 'soffrire' [ITR2 = verba patiendi vel eventi] e iace:re 'giacere' [ITR3 = stativi].
| verbo | es. latino | liv. semantico | liv. morfologico | liv. sintattico |
| TR | Petrus edit assum Petr-us Pietro-NOM ed-it mangiare-IND.PR.3s ass-um bistecca-ACC 'Pietro mangia la bistecca' | A - P | Nom - Acc | S - O |
| ITR1 | Petrus it 'Pietro va' | A | Nom | S |
| ITR2 | Petrus dolet 'Pietro soffre' | P | Nom | S |
| ITR3 | Petrus iacet 'Pietro giace' | St | Nom | S |
[tav. 6]
L'interfaccia cosiddetto "accusativo" o "nominativo - accusativo" tipico di molte lingue
tra cui l'italiano ed il latino: quattro esempi rivelatori in latino. A livello semantico
"A" sta per agente, "P" per paziente e "St" per stato; a livello
morfologico "Nom" sta per caso nominativo e "Acc" per caso accusativo;
a livello sintattico, infine, "S" sta per soggetto e "O" per oggetto.
È questo il tipo di interfaccia che viene normalmente chiamato accusativo
o "nominativo-accusativo". Come evidente dal fascio di esempi di tavola 6 in latino (e così in italiano
ed in genere nella maggior parte delle "nostre" lingue europee) si verifica un accordo
sistematico tra morfologia e sintassi che non considera i diversi ruoli semantici
di fondo: la morfologia, in altre parole, rappresenta le relazioni sintattiche (tutti i
soggetti sono sempre marcati con uno stesso caso) e non quelle semantiche (i pazienti,
ad esempio, possono essere sia al caso nominativo sia al caso accusativo).
Questo tipo di mapping tra livelli è per noi ormai talmente scontato, che
tendiamo istintivamente a considerarlo l'unico naturale (se non additittura l'unico possibile).
Ma così non è.
Una soluzione, infatti, affatto diversa dall'accusativa e quasi altrettanto frequente nelle lingue del mondo, anche se rara in Europa dove è tipica solo del Basco, è l'interfaccia che viene chiamato ergativo o "ergativo-assolutivo". L'ergatività, su cui la bibliografia linguistica è oggi immensa, è una caratteristica che è stata descritta scientificamente soprattutto da Robert Malcom Word Dixon, che l'ha individuata dapprima nelle lingue australiane, di cui è il massimo conoscitore (cfr. l'articolo fondante R. M. W. Dixon, Ergativity, in "Language" LV (1979) 59-138 ed ora il più recente volume, dallo stesso titolo, R. M. W. Dixon, Ergativity, Cambridge, Cambridge University Press, 1994; assai utili anche i saggi raccolti in Studies in ergativity edited by R. M. W. Dixon, Amsterdam, North-Holland, 1987). Senza cercare di strafare con una casistica troppo minuziosa, un piccolo fascio di esempi diagnostici in basco può facilmente introdurci a questa struttura:
| verbo | es. basco | liv. semantico | liv. morfologico | liv. sintattico |
| TR | zaldiak gizona ikhusi du zaldi-a-k cavallo-ARTdef-ERG ikhusi du V gizon-a-Ø uomo-ARTdef-ABS 'il cavallo ha visto l'uomo' | A - P | Erg - Abs | S - O |
| ITR1 | gizona joan da gizon-a-Ø uomo-ARTdef-ABS joan da V 'l'uomo è partito' | A | Abs | S |
| ITR2 | autoa konpontzen ari dira auto-a-Ø auto-ARTdef-ABS konpontze-n riparazione-INES ari dira V 'la macchina è (lett. sta subendo) in riparazione' | P | Abs | S |
| ITR3 | Hemen dago unibertsitatea Hemen qui dago V unibertsitate-a-Ø università-ARTdef-ABS 'qui c'è l'università' | St | Abs | S |
[tav. 7]
L'interfaccia cosiddetto "ergativo" o "ergativo - assolutivo" tipico di quasi tutte
le lingue caucasiche, delle lingue australiane, delle Maya (Messico e Guatemala),
delle Salish (W USA e Canada), del chukchee (Siberia NE), ecc.,
ma raro in Europa: alcuni esempi diagnostici in basco. Per semplificare
glosso la sola morfologia nominale, dove è chiaramente visibile il gioco del caso
morfologico, omettendo di analizzare il verbo (glossato semplicemente "V", verbo)
che, spesso perifrastico, presenta comunque regolare accordo, prevalentemente prefissale,
con i nominali esterni, perché la sua struttura è molto più complessa e meno intuitiva.
Gli esempi dell'uomo e del cavallo sono quelli ormai famosi
usati da André Martinet nella sua Syntaxe générale, Paris, Armand Colin,
1985, p. 201, e di lì spesso riportato nella letteratura secondaria.
Le sigle sono le medesime della tavola 6, cui si aggiungano "Erg" per caso ergativo,
"Abs" per caso assolutivo e "Ines" per caso inessivo (cioè il caso
dello stato generico ed in luogo).
Significativo e curioso è che per rendere conto di questa situazione le grammatiche
tradizionali di basco, almeno fino al primo terzo del secolo scorso, in mancanza
di nozioni teoriche migliori (come appunto l'ergatività), dicevano che il basco è
una strana lingua in cui le frasi si trovano normalmente solo al passivo ...
In generale, in un sistema ergativo i soggetti dei predicati monoargomentali sono trattati
diversamente da quelli dei biargomentali; in altri termini, i soggetti dei transitivi
sono marcati in un modo (ergativo), ed i soggetti degli intransitivi (quali che siano
i loro ruoli agentivi) sono marcati in un altro modo ancora che è anche lo stesso degli
oggetti (assolutivo: o meglio sono perlopiù tutti lasciati non marcati). Gli oggetti
(secondo partecipante) dei transitivi si trovano così ad essere marcati come i soggetti
(partecipante unico) dei transitivi. La coincidenza tra livello morfologico e livello
sintattico, quindi, non è più perfetta come nella struttura accusativa, ma è invece
migliorata la vicinanza tra livello semantico e sintattico, in quanto il soggetto
dei transitivi (l'unico marcato come "ergativo") è normalmente (che vale a dire
"è statisticamente più frequente che sia") un "agente" sul piano semantico.
In realtà, va detto, non si trovano quasi mai delle situazioni di ergatività (od accusatività)
davvero pure: quasi sempre tutti i sistemi presentano dei margini più o meno anomali. Lo stesso
basco, ad esempio, è a volte incerto nel trattare alcuni stativi ed alcuni verba patiendi
come intransitivi (ITR3 e ITR2 col soggetto all'assolutivo), come di regola ci si aspetterebbe,
o piuttosto come transitivi (TR col soggetto all'ergativo): ad es. hankak mina ematen dit
'la mia gamba duole' (hanka-k gamba-ERG). D'altra parte, non sarà inutile ricordare
che anche il modo con cui le relazioni logiche vengono categorizzate nella grammatica
di una lingua rientra in quella sfera d'arbitrarietà cui ogni langue soggiace: in italiano,
ad esempio, passeggiare è intransitivo laddove in latino era transitivo (cfr.
latino bos rura [ACC] perambulat ed il corrispondente italiano il
bue passeggia per i campi).
Quando poi queste "eccezionalità" si trovano ad investire una sezione consistente
e regolare della grammatica di una lingua (cioè non sono più delle "eccezioni"!) si parla di split
ergativity. Casi tipici di split ergativity sono ad esempio situazioni in cui i pronomi
hanno marca accusativa ed i nominali ergativa (Dyirbal ed altre lingue australiane studiate da Dixon),
od in cui si ha marca ergativa nei tempi perfettivi ma non negli imperfettivi (come ad es. in Hindi).
Si possono anche trovare semplicemente tracce di ergatività in lingue normalmente accusative come
persino in latino (la coincidenza di Nom=Acc nei neutri sembra rimandare ad un antico
assolutivo: un neutro, tendenzialmente, raramente ricoprirà il ruolo di "agente" =
"soggetto" di un transitivo).
Globalmente, comunque, più dei tre quarti delle lingue del mondo hanno strutture accusative,
ergative e, più spesso, miste.
Esistono però anche altre soluzioni possibili al problema. Tra queste la più diffusa è un interfaccia, analiticamente individuato solo negli anni '90 dalla illustre americanista Marianne Mithun (cfr. M. Mithun, Active/Agentive Case Marking and its motivations, in "Language" LXVII (1991) 510-546 e M. Mithun, The Languages of Native North America, Cambridge (UK), Cambridge University Press, 1999, pp. 213-221) che qui chiameremo agentivo (le etichette "attivo/stativo" e "agente-paziente" più che dei sinonimi vanno considerati dei sottotipi, come vedremo tra poco). Anche questa volta sarà un fascio diagnostico di esempi a guidarci in questa nuova matassa; la lingua prescelta è lo haida, una lingua isolata parlata nelle isole Queen Charlotte fino, a Sud, alla costa della British Columbia (Canada) ed a Nord all'Alaska di cui sopravvivono circa una sessantina di parlanti; in haida le marche morfologiche di caso non sono espresse direttamente nel nome o nel verbo ma sono affidate a degli elementi pronominali indipendenti:
| verbo | es. haida | liv. semantico | liv. morfologico | liv. sintattico |
| TR | la hlaa qinggigaan la 3.PZ hlaa 1S.AG qing-gigaan see-PAST 'I already saw him' | A - P | Ag - Pz | S - O |
| ITR1 | hlk'in xha giyu hlaa qaydaan hlk'in woods xha DIST giyu toward.FG hlaa 1S.AG qayd-aan go-PAST 'I went up into the wood' | A | Ag | S |
| ITR2 | haawnu dii xwigaan haawnu there dii 1S.PZ xwi-gaan cold-PAST 'I was cold there' | P | Pz | S |
| ITR3 | dii cinGa st'iga dii 1S.PZ cin-Ga grandfather-REFERENCE st'iga sick 'my grandfather is sick' | St | Pz | S |
[tav. 8]
L'interfaccia cosiddetto "agentivo" tipico di molte lingue americane, tra cui il guaraní
(Perù), le lingue Pomo (California), Sioux (USA CE), Caddo (USA CE) ed Irochesi (USA NE):
alcuni esempi diagnostici in haida (NW Canada e Alaska). Gli esempi sono tratti da
M. Mithun, The Languages of Native North America, Cambridge (UK), Cambridge University
Press, 1999, pp. 213-217 e 414-417; le grafie delle diverse fonti usate dalla Mithun e le minuzie dialettali
sono state qui uniformate (date le finalità più didattiche che scientifiche di questa
presentazione) e l'ortografia è stata in genere adattata alle esigenze dell'HTML (pertanto "hl"
sta per "l tagliata", "aa" per "V capovolta", cioè il grafo IPA della posteriore bassa
non arrotondata, "ng" per il grafo IPA della "n velare", "7" per il grafo IPA della occlusiva glottale,
"dj" per "j con pipa", "xh" per "x con pipa" e "G" per "g con pipa)".
Le sigle sono le medesime della tavola 6, cui si aggiungano "Ag" per caso agentivo
e "Pz" per caso pazientivo oltre a "FG" per Foreground (primo piano,
topic) e "DIST" per Distance.
Abbiamo a che fare questa volta, come ben evidente dagli esempi precedenti, con una
struttura completamente diversa da quelle accusative od ergative che abbiamo visto prima:
là la morfologia si accordava con la sintassi (in modo esclusivo nelle lingue accusative,
ed in modo parziale nelle ergative), qui invece si ha accordo perfetto con la semantica
(laddove nelle lingue ergative si aveva accordo parziale) a completa esclusione della sintassi.
Le categorie (sintattiche) di soggetto ed oggetto risultano perciò completamente
refrattarie alla morfologia delle lingue agentive la cui «grammatical categorization [is]
based on the semantic role of the partecipant» (Mithun 1999 cit. p. 215).
Come migliore dimostrazione di ciò, si veda il primo esempio della tavola seguente (Tav. 9), che
illustra come neppure la combinazione "A-P = S-O" in queste lingue sia indispensabile,
potendo un verbo transitivo tranquillamente avere come argomenti due pazienti. Certo, che i partecipanti
del verbo 'amare' debbano essere entrambi "pazienti" può risultare non molto intuitivo, e,
al di là della "differenza antropologica" coinvolta in simili valori, questo ci porta a qualche
ulteriore riflessione linguistica.
In effetti, il sistema descritto sarebbe semplice non fosse che proprio la definizione
esatta di quali siano i ruoli agentivi di base (agente, paziente, stato) non è sempre
così ovvia come (per semplicità espositiva) abbiamo inizialmente assunto: ed è ormai tempo
di introdurre alcune precisazioni, soprattutto per quanto riguarda l'individuazione della
categoria di agentività. L' "agente", infatti, sembra essere principalmente legato
alle nozioni di iniziazione e/o controllo di un'azione. Per usare le parole
di Mithun 1999 cit. p. 215-6 «In most contexts, istigation and control coincide. One who dances
normally instigates and controls the dancing. In the relatively rare situations in which
instigation and control do not cooccur, languages differ in their categorization. In some
the instigation is criterial; in other it is the control. One who hiccups, for example,
might be seen as the instigator of the hiccups, but not in control. [...] In Haida,
instigation generally takes precedence over control». Lingue agentive in cui, invece,
sia la categoria di controllo ad avere predominio sono tipicamente le lingue Pomo.
Questo in parte spiega la natura di pazienti dei due partecipanti del verbo 'amare' nello
strano esempio transitivo di Tav. 9: innamorarsi non è visto come uno stato mentale cui uno
può deliberatamente dare inizio: càpita, ed il "capitare" è in qualche modo fuori della
facoltà del soggetto di iniziarne l'azione, anche se può poi (sperabilmente) "prenderne controllo".
Analogamente in Haida pronomi agentivi (anziché pazie
ntivi) occorrono con stativi (ITR3)
come 'essere sospettosi', 'essere seduti', 'essere in qualche posto', come nel secondo esempio da Tav. 9:
«states like these differ from those like 'be dizzy' or 'be sad' [come l'es. 4 della Tav. 8]
in that they are seen as instigated by the person involved». Questa interpretazione
è appoggiata anche dal ricorrere di pronomi agentivi in qualche verbo che denota eventi
(normalmente ITR2) come 'cadere', 'inzupparsi', 'avere i crampi', ecc. come nel terzo
esempio di Tav. 9.
| verbo | es. haida | liv. semantico | liv. morfologico | liv. sintattico |
| TR | daang dii kuyaadang dang 2S.PZ dii 1S.PZ kuyaadang love 'I love you' | P - P | Pz - Pz | S - O |
| ITR3 | gwayay gu 7u hlaa 7idjinni gway-ay island-the gu on 7u FG hlaa 1S.AG 7idj-inn-i exist-PAST-old 'I was out on the islands' | P | Ag | S |
| ITR2 | K'yuwaast dii dlawiigann K'yuw-aa-st trail-the-from dii 1S.PZ dlawii-gann fall-PAST 'I fell off the walk' | A | Pz | S |
[tav. 9]
L'interfaccia cosiddetto "agentivo" in haida: casi "eccezionali" caratteristici.
Le sigle e le convenzioni ortografiche sono quelle usate nella tavola 8, ed altrettanto vale per le fonti impiegate.
Questa situazione descritta per lo Haida è abbastanza tipica di
quasi tutte le lingue agentive, ed è propriamente quella che è stata anche chiamata
"agente-paziente" per contrapporla a quella (lievemente diversa) "attivo/stativo", in
quanto la categorizzazione grammaticale (morfologia) è basata sul ruolo semantico
dei partecipanti piuttosto che sull'aspetto del verbo, come sarebbe in un sistema in cui
si contrappongano veramente "attivo" e "stativo" (ed in cui non si dovrebbero, pertanto, avere gli
splits appena discussi sugli ITR2 e soprattutto sugli ITR3, il cui "soggetto" dovrebbe sempre essere
morfologicamente un pazientivo). In realtà sistemi "attivo/stativo" puri sembrano essere
assai rari, la situazione più tipica essendo normali sistemi agentivi di tipo
"agente-paziente", cui si sovrappone eventualmente una classe stabile di verbi
stativi morfologicamente individuata (questo è ad esempio il caso delle lingue Irochesi).
Tutti i sistemi finora descritti risultano in un mappaggio delle varie
categorie semantiche e sintattiche su sole due categorie morfologiche. «It has often
been suggested that such mergers are optimally efficient, since in all of the sistems,
whenever two core arguments could appear within the same clause (a transitive),
they have distinct forms» (M. Mithun, The Languages of Native North America,
Cambridge (UK), Cambridge University Press, 1999, p. 228).
Esistono però anche altre possibili soluzioni logiche, con meno mergings e
più categorie morfologicamente espresse. Di fatto, nelle lingue del mondo sembra attestata
almeno un intefaccia ternario anziché binario, che è tipico del nez perce
(autodenominazione nimí:pu:) una lingua Sahaptin un tempo diffusa nell'area
tra Washington, Oregon ed Idaho, di cui restano oggi solo una sessantina di parlanti.
In nez perce il soggetto e l'oggetto dei transitivi (TR) hanno marche distinte
(caso nominativo e caso accusativo), mentre i soggetti (partecipante unico) di tutti
gli intransitivi (ITR1-3) sono ugualmente non marcati (casi assolutivo). A differenza
dei sistemi precedenti rinunciamo a descrivere con esempi anche questo sistema, per
limiti di spazio. Oltre tutto il nez perce presenta una complessità ulteriore:
nel nez perce anche il livello del discorso (come del resto, differentemente, accade
anche in una lingua accusativa come il giapponese) entra pesantemente nel gioco della
assegnazione del caso morfologico in quanto alcuni oggetti (pazienti di un evento
semanticamente transitivo) non possono essere marcati come accusativi se non sono
abbastanza topicali ed allora rimangono all'assolutivo come i normali partecipanti
unici degli intransitivi.
Certo, sistemi ternari del genere sono rarissimi nelle lingue del mondo probabilmente
proprio per la ridondanza che commentavamo prima. È comunque istruttivo come una così preziosa
"rarità tipologica" sia attestata solo in una lingua in pericolo di estinzione: è anche la
glottodiversità un bene prezioso del mondo che andrebbe difeso a spada tratta, non meno della
biodiversità di cui la coscienza ecologica moderna sembra prevalentemente occuparsi.
Vedendo di tirare le fila del discorso che abbiamo fin qui fatto, i diversi tipi di intefaccia che abbiamo esaminato si potrebbero schematicamente disegnare al modo seguente:
[tav. 10]
Rappresentazione schematica dei principali tipi di interfaccia tra semantica, morfologia e
sintassi presenti nelle lingue del mondo, per i quattro predicati diagnostici:
TR (transitivi), ITR1 (intransitivi attivi), ITR2 (intransitivi verba patiendi
ed eventi) ed ITR3 (stativi). Per ogni tipo le due colonne verticali rappresentano
le relazioni sintattiche (S - O: soggetto ed oggetto), le sigle scritte nelle colonne
le relazioni semantiche (A - P - St: agente, paziente e stato) e gli insiemi tratteggiati
in colore, infine, identificano le relazioni casuali istituite dalla morfologia (NOM, ACC,
ERG, ABS, AG, PZ: casi rispettivamente nominativo, accusativo, ergativo, assolutivo,
agentivo e pazientivo).
Nonostante la loro relativa accuratezza, resta ancora fuori
dai dati precentemente forniti e riassunti nella tavola 10 qui sopra un ùltimo,
particolarissimo, tipo di interfaccia, il cosiddetto direttivo tipico della
ventina di lingue (più molte estinte) della famiglia Algonkina, parlate nel Canada
e negli USA orientali, dal Labrador alla South Carolina; a questo nucleo principale
vanno aggiunte poche altre lingue, come le Tano (USA SW: New Mexico) e l'isolato
kutenai (British Columbia, Idaho e Montana). Tra le lingue Algonkine, tra l'altro,
vi sono anche lingue molto vitali e con buon numero di parlanti come l'ojibway
(c. 50.000) ed il cree (c. 67.000).
In queste lingue le distinzioni che ci interessano sono tutte marcate nel
complesso verbale (che può anche essere molto cospicuo, trattandosi di lingue
tipicamente polisintetiche, cioè con parole fortemente polimorfemiche). Ora,
la stranezza è che sembra esserci apparentemente un'unica batteria di affissi
pronominali, per qualunque dei ruoli semantici o sintattici che abbiamo fin qui
esaminato: in ojibway, ad es., il prefisso di prima persona n- è usato tanto
per S = A (TR nbi:na: 'io lo/a porto), come per O = P (TR nbi:ni:g
'lui/lei mi porta'), come per S = P (ITR1 nbo:z 'io mi imbarco') come per
St = S (ITR3 nwi:niz 'io sono sporco'). Se è vero che ciò non crea particolari
problemi laddove si ha partecipante unico (intransitivi e stativi: comunque è un
soggetto sintattico), viene però da domandarsi come se la cavino nelle frasi transitive,
dove non è irrilevante se, ad esempio, sono io che uccido te o tu che uccidi me.
Se la soluzione dei predicati monoargomentali sembra più sintattica, quella dei biargomentali
è in parte più semantica, almeno in senso probabilistico. Cioè in queste lingue si è
stabilito che è statisticamente più frequente che un determinato partecipante, agisca su di un altro: ad
esempio, ancora in ojibway, è considerato più frequente che l'ascoltatore (2 persona) agisca
sul parlante (1 persona), e che (a sua volta) il parlante agisca su una terza persona
tematica (cioè anaforica, presente nel discorso: categoria che la grammatica algonkina
distingue come "proximate"), e che a sua volta la terza persona tematica agisca
su una terza persona rematica (cioè nuova e non topicalizzata, categoria che la
grammatica algonkina distingue come "obviative"). Si ha cioè una gerarchia precisa
(anche se ogni lingua ha le sue piccole deviazioni) su chi statisticamente è più
normale che agisca su altro, che in ojibway è: ascoltatore (2) > parlante (1) >
prossimo (3pr) > ovviativo (3ob). Se in un verbo transitivo l'identificazione del
soggetto e dell'oggetto si configurano secondo l'ordine normale, allora il verbo
presenta un suffisso cosiddetto "direttivo" (in ojibway -a e, per una sottoclasse di
verbi cosiddetti "locali", cioè che coinvolgono solo parlanti e/o ascoltatori, -i);
se l'ordine si discosta da quello considerato normale allora il verbo conterrà
un suffisso "inversivo" (in ojibway -igw e per i verbi locali -ini).
I due esempi transitivi precedentemente forniti andranno pertanto analizzati al modo
seguente: nbi:na: 'io lo/a porto' n- 1 bi:n- 'portare' -a
DIR -Ø 3pr. in cui si ha direttivo perché il parlante agisce su una terza, e nbi:ni:g
'lui/lei mi porta' n- 1 bi:n- 'portare' -igw INV -Ø 3pr,
in cui si ha invece l'inversivo perché è una terza che agisce sul parlante.
Ritornando al nostro filone principale dopo la lunga digressione
del paragrafo precedente, resta un ultimo punto della teoria generativa da tenere contrastivamente
in conto rispetto a quanto abbiamo detto di Saussure, ed è la particolare forma che assume
l'opposizione tra astratto e concreto: competenza ed esecuzione in Chomsky vs. langue
e parole in Saussure. Le due coppie di termini, infatti, "sembrano" quasi
equivalenti, ma in realtà non lo sono, e la loro differenza è rivelatrice delle
differenze teoretiche di fondo delle impostazioni dei due studiosi.
La competenza, infatti, è qualcosa di individuale, biologicamente determinato,
sganciato dalla storia fuorché per i lunghi tempi della genetica.
La "langue" invece è convenzionale, radicata antropologicamente nell'uso di una
comunità, e di natura prettamente storica, mutevole a seconda dei tempi dei luoghi e
delle culture. Per un generativista è il solo oggetto della scienza linguistica; per
molti linguisti strutturali (soprattutto sociolinguistici) non è pienamente affidabile
perché le opinioni dei parlanti sulla propria lingua possono non essere corrette
(per pregiudizi di vario tipo: educazione scolastica, modelli sociali, ecc.)
La esecuzione, invece, è completamente priva di interesse per un generativista,
può essere giusta come sbagliata, ma non ci dice nulla sulla reale struttura del
linguaggio. Per tutti gli strutturalisti, Saussure in testa, lo studio dei concreti
atti di parole (i dati scientifici di partenza) era la base per tutto lo studio del
linguaggio. È interessante notare che, dopo un trentennio di predominio del paradigma
generativo, la linguistica computazionale abbia di fatto riportato lo studio del
linguaggio a basarsi di nuovo sugli stessi dati materiali (corpora, ossia collezioni
organizzate di atti di "parole") dei linguisti prechomskyani.