di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).
La famiglia sinotibetana è, dopo l'indoeuropea, quella con più
parlanti al mondo. Se il baricentro dell'indoeuropea è in Europa (spingendosi ad Est
in India, Himalaya e Xinjiang), quello sella sinotibetana è invece in Oriente (spingendosi
a Sud in Indocina e Birmania ed a Ovest in Nepal ed India). Il numero e la distribuzione
delle lingue coinvolte è anche profondamente diverso: in indoeuropeo abbiamo
prevalentemente gruppi linguistici con poche lingue, spesso ben definite e con versioni
standard (l'eccezione principale è il gruppo iranico ed in parte quello ario); in
sinotibetano, con l'eccezione di poche lingue scritte e definite, sia pure fondamentali,
come il cinese, il tibetano ed il birmano, abbiamo centinaia di lingue minuscole,
poco studiate e talvolta mal descritte. Lo stadio della classificazione e della
ricostruzione è pertanto poco avanzato rispetto a famiglie come l'indoeuropea e l'uralica,
e la conoscenza che abbiamo è spesso molto variabile a seconda dei gruppi: si va
dalla eccellente del cinese alla pessima od assente per certi gruppi birmani.
Non c'è sempre stato neppure un vero consenso su quali famiglie vadano comprese nel
sinotibetano, un po' per la tendenza "ingenua" (frequente soprattutto nell'Ottocento
e nei primi del Novecento, quando il numero di lingue ancora non studiate era enorme)
a considerare affine al cinese per principio qualsiasi lingua tonale dell'Asia. Oggi
c'è generale consenso sull'affiliazione di tre famiglie, sinica, tibetobirmana e
karen, meno sulle loro articolazioni interne, anche se quasi tutti convengono nel
considerare tibetobirmano e karen più vicini tra di loro che non col cinese.
Oltre a queste componenti si è spesso sostenuta l'affiliazione anche del thai,
con tutta la famiglia daica, e delle lingue myao-yao del Sud della Cina, che però
oggi sappiamo autonome, o, tutt'al più sembrano più plausibilmente appartenere ad
altri ipotetici raggruppamenti (cfr. "austrasiatico").
[tav. 1].
Carta linguistica delle famiglie linguistiche
sicuramente parte del gruppo sinotibetano: sinitico, tibetobirmano (tibetano bodico,
barico, birmano) e karenico. Le famiglie daica e myao-yao vanno considerate indipendenti.
Rimaneggiato a partire da Robert Shafer, Introduction to Sino-Tibetan,
Wiesbaden, Otto Harrassowitz, 1974, p. xvj: Shafer affiliava al sinotibetano anche
daico e myao-yao, cosa qui respinta, e distingueva al posto del tibetobirmano tre
famiglie indipendenti, bodico barico e birmano.
La maggior parte delle lingue della famiglia sono lingue tonali,
perlopiù isolanti, tendenzialmente monosillabiche come nel caso del cinese (specie
antico, meno moderno) ma anche moderatamente polisillabiche come nel caso del tibetano
e soprattutto del birmano; l'ordine è SOV in tibetobirmano e cinese, ma non in karen.
La protolingua sembra, comunque, non essere stata né tonale
(i tre sistemi che si ricostruiscono per i tre rami non paiono collegabili, e sembrano
piuttosto innovazioni indipendenti) né monosillabica né isolante (sono ricostruibili
un certo numero di prefissi e di suffissi).
«The Tibeto-Burman languages, over one hundred of which have
been recorded, make up the linguistic "center of gravity" of the Sino-Tibetan stock.
This family, with a diversification roughly comparable with that of Indo-European,
presents numerous problems of classification.
Several large divisions or "nuclei" can be distinguished, but a number of smaller
units resist all effort at taxonomic reduction. Some of these residual languages
have been poorly or fragmentarily recorded, and it is not unlikely that fuller data
in the future will enable us to fit many of them into a broader scheme of classification»
(Paul K. Benedict, Sino-Tibetan: A Conspectus, Cambridge, University Press, 1972,
p. 4 ).
Alla divisione in tre sezioni di Robert Shafer 1974 presentata nella tavola precedente
è forse preferibile quella più cauta ed articolata di Benedict cit., che considera 7 gruppi:
in posizione mediana, intermedio tra i gruppi settentrionali ed i meridionali,
il (4) kachin nella Birmania settentrionale; a nord
il gruppo (1) bodico - hymalaiano (Tibet, Himalaya),
il (2) kiranti o "bahing - vayu" (Nepal) ed il
(3) mirico (Assam N); a Sud, tra Assam e Birmania
il (6) barico o "bodo - garo" e il (7)
kukiko o "kuki - naga" (più a Sud), oltre al vasto gruppo (5)
birmano o "birmano - lolo" (da Sichuan e Yunnan in Cina, a Birmania, Tailandia,
Laos e Vietnam).
Oltre alla moltitudine di dati dialettali moderni, la ricostruzione della storia linguistica del gruppo può anche appoggiarsi a testimonianze antiche. Due, in particolare, sono le lingue scritte di considerevole antichità e prestigio letterario: il tibetano, veicolo in tutta l'Asia della religione lamaistica, scritto con una scrittura sillabica derivata dalla brahmi indiana, e testimoniato a partire dal VIII-IX secolo d.C.; ed il birmano, scritto anch'esso in una scrittura sillabica derivata, per diversi tramiti, dalla brahmi (per la diffusione della brahmi nel Sudest asiatico cfr. il paragrafo sulla brahmi nel capitolo sulle scritture), ed attestato a partire dal XII secolo d.C. Non mancano anche altre lingue letterarie minori, di varia antichità e documentazione, come ad es. il newari, la vecchia lingua ufficiale del Nepal, quasi tutte scritte con sistemi derivati dalla brahmi. Di una lingua antica, scritta invece in un originale e problematico sistema di logogrammi siniformi, il tanguto dell'impero Xi1xià (880c d.C. - 1038 d.C.), avevamo già avuto occasione di accennare: l'antico hsi-hsia (come è reso nella trascrizione Wade-Giles, più spesso impiegata in tibetobirmanistica) è parte del gruppo birmano - lolo, forse un antecedente del sottogruppo moderno delle lingue hsi-fan. La lingua (sembra) tibetobirmana più antica è comunque il pai-lang, di cui ci restano brevi testi riportati nella cronaca cinese degli Han posteriori (Hòu hàn shi3, III sec. d.C.), di dopo quanto abbiamo già detto a proposito della scrittura e delle interazioni con le popolazioni alt impervia interpretazione.
Tanto la famiglia tibetobirmana è vasta e dispersa su un amplissimo
territorio, tanto le lingue karen costituiscono un gruppo relativamente compatto e
circoscritto ad un'unica zona, tra la Birmania meridionale e la Thailandia occidentale.
Sono tutte parlate da tribù abbastanza primitive, per solo due delle quali è stata
sviluppata dai missionari una scrittura, in birmanica modificata: il pwo e lo sghaw.
Le altre lingue (nell'ordine della dozzina) e dialetti non sono ancora sufficientemente
studiati e descritti.
In base ai materiali disponibili, comunque, già André-Georges
Haudricourt
(1911-1996, grande ed eclettica figura di ingegnere, naturalista, etnologo e linguista,
esperto di Sudest asiatico) negli anni '40-50 era riuscito a proporre
una ricostruzione accettabile del proto-karen
L'altro grande ramo del sinotibetano è costituito sostanzialmente
da una sola lingua di grandissima diffusione, prestigio culturale e letterario: il
cinese. In realtà, i cosidetti "dialetti" del cinese sono vere e proprie lingue
autonome (non sono spesso mutuamente intercomprensibili senza la mediazione della
scrittura; qualcuno, ad es. il cantonese, ha sviluppato anche una propria forma
"standard", anche a livello scritto).
Il sistema dei "dialetti" cinesi è di solito considerato articolato in sette unità: il (1) mandarino (in vari dialetti, tutte emanazioni del dialetto di Pechino, trapiantato in regioni ripopolate) è quello su cui si basa il moderno cinese standard della Repubblica Popolare Cinese, la pu3to1nghuà; il (2) wú è, tra l'altro, parlato dalla maggior parte dei cinesi emigrati in Italia; il (3) mi3n (che comprende il cinese di Hong Kong e quello di Taiwan) è il più differenziato (molti dialetti mi3n non sono intercomprensibili); il (4) kèjia1 o "hakka" è importante soprattutto per lo studio della tonogenesi del cinese moderno; lo (5) yuè comprende il cantonese; lo (6) xia1ng nel Centro-Sud; ed il (1) gàn, con la sua variante hu1izho1u. Queste sette "lingue" si possono raggruppare in tre gruppi: uno settentrionale con il solo mandarino, uno meridionale con mi3n, yuè e hakka, ed uno centrale di transizione con le altre varietà:
[tav. 2]
Il sistema delle lingue / dialetti cinesi. Basato su Jerry Norman, Chinese,
Cambridge - New York - New Rochelle - Melbourne - Sydney, Cambridge University Press,
1988, p. 184.
Se il territorio dove è diffuso il cinese, hàn, sembra
compatto, è tuttavia importante ricordarsi che si sovrappone ad un fitto numero di
popolazioni non-han, che conservano spesso tuttora la loro lingua: nel Nord è il
caso di popolazioni mongole e tunguse, nell'Ovest turche, tibetane e mongole, nel
Sud tibetobirmane, daiche e myao-yao, ed all'interno di Taiwan austronesiane.
Su una di queste "lingue minori" del Sud (Yunnan), il minchia (giuro che è vero!)
o "bai", inoltre, non c'è tuttora accordo se debba considerarsi una lingua daica
fortemente sinizzata, o piuttosto un'altra lingua sinica, sorella del così non più isolato
cinese, fortemente daicizzata.
Sulla storia del cinese, e sulla natura delle sue attestazioni antiche, aiche
(e tenete presente soprattutto il paragrafo riassuntivo
sulle interazioni sino-altaiche, con la tavola
dinastica cinese semplificata), non spenderò ulteriori parole.
Mi limiterò invece a pochi cenni al problema della ricostruzione dell'antico cinese:
data, infatti la particolare natura delle attestazioni della lingua (in scrittura
sempre logografica) non possiamo applicare direttamente il metodo storico-comparativo
se prima non abbiamo ricostruito, con apposite metodologie, la natura fonetica dell'antico
cinese stesso, che non possiamo "leggere" direttamente dai logogrammi.
Ho parlato genericamente di "antico cinese", ma c'è stata in realtà
abbastanza confusione sulla periodizzazione del cinese. Un utile confronto tra lo schema,
oggi scartato, del primo e benemerito, anche se oggi superato, "ricostruttore",
il danese Bernard Karlgren (che in particolare chiamava "cinese antico" il "cinese
medio"), e quello, più moderno, di Pulleybank si trova nella pagina su Periodization
of Chinese Phonology di Marjorie K.M. Chan.
La "ricostruzione", in realtà, parte dal cinese medio (epoca Sui e Tang), per il quale
esistono pezze di appoggio dirette, mentre per il cinese antico (con tutta la letteratura
classica dall'epoca del Chu1nqi1u al Nánbéicháo) si può solo inferire secondariamente.
La ricostruzione, infatti, si basa, oltre che (come nel metodo comparativo standard)
sui dialetti moderni e sulle tradizioni "sinoxeniche" (come il sinovietnamita, il sinokoreano, il
sinogiapponese, ossia le componenti cinesi entrate in vietnamita, koreano e giapponese, che
rispecchiano condizioni in genere più arcaiche del cinese moderno) su un dizionario
fondamentale, il Qièyùn, compilato da Lù Fa3yán nel 601 d.C. all'inizio della
dinastia Sui, oggi perduto ma che possediamo nella revisione d'epoca Tang di Wáng
Rénxu1 (Ka1nmiù bu3qe1 qièyùn, scoperta solo dopo la seconda guerra mondiale)
ed in una di epoca Song, lo Gua3ngyùn di Chén Péngnián, più altre redazioni
pervenuteci incomplete (mi baso su Norman 1988, cit., pp. 24-27; cfr. anche una
tavola più completa
di Marjorie Chan).
Quello che rende il Quèyùn fondamentale è che Lù Fa3yán registra anche
la pronuncia delle parole, con un sistema che avrà enorme fortuna, il fa3nqiè,
in cui di ogni carattere si rappresenta l'iniziale con un altro carattere omofono
nella sola iniziale e la finale con un altro carattere omofono soltanto per la rima:
«if - per usare direttamente le parole di Norman cit., p. 27 - one wished to indicate
the pronunciation of a character pronounced mâk, two other characters, one
beginning wit m- and the other ending in -âk, could be used: mâk
= m(iei) + (k)âk». Strutturalmente, poi, il dizionario era costruito nel modo
seguente: una volta divise le parole per toni, ogni tono
era diviso in un certo numero di rime (juàn), chiamate in base al primo carattere
di ogni lista (l'entrata, cioè la yùnmù "rima occhio"); ogni rima conteneva
i gruppi di caratteri tra loro omofoni (cioè con anche la stessa iniziale oltre che
la stessa rima), ognuno preceduto da un niu3 'bottone'; il primo carattere
di ogni gruppo omofonico era poi dotato della sua formula di fa3nqiè.
Oltre che sul Quèyùn, poi, la ricostruzione del medio cinese può usare
anche "le tavole delle rime" (de3ngyùntú) di epoca Song, che sistematizzano
le strutture del Quèyùn in base alle nuove teorie fonologiche importate, col buddhismo,
dall'India.
Non è qui il luogo di spiegare tutte le difficoltà che l'uso di questi materiali comporta ed ha comportato (per cui rimando semmai a Norman cit.). È già sufficiente se almeno siamo arrivati a comprendere come, incrociando i dati dei fa3nqiè con i dialetti cinesi moderni e sinoxenici, si sia potuti arrivare a dare una sostanza relativamente affidabile al medio cinese (e molta parte del merito, nonostante tutto quel che vi è stato da criticare e migliorare, spetta a Karlgren), e come questo costituisca anche un complemento teorico importante al metodo storico comparativo sviluppato in Occidente.
Quanto al cinese antico, il problema era ancora più spinoso, vista la assenza di appigli diretti come il Quèyùn. Data l'importanza della letteratura coinvolta da questa incertezza, non è strano che la riflessione sia stata avviata abbastanza presto nella tradizione filologica cinese. Le prime indagini risalgono infatti a Chén Dì (1541-1617), che si accorse come gli schemi delle rime della classica raccolta Shi1ji1ng (edita nel VI a.C., ma contenente componimenti di epoche diverse, risalenti fino al I a.C.) osservassero uno schema coerente ma differente da quello del quello del Quèyùn. Oltre alle rime, sarà poi il filologo Duàn Yùcái (1735-1815) a rendersi conto delle potenzialità (in tutto paragonabili al sistema del fa3nqiè) offerte dall'analisi dei caratteri composti (che sono più dell'80%) dello Shuo1wén jie3zì di epoca Hàn orientale (100 d.C.: ne avevamo già parlato - andate a ricontrollare - a proposito della scrittura). Una vera svolta si avrà però solo con Karlgren, che confronterà queste osservazioni strutturali con la ricostruzione del medio cinese. I risultati di Karlgren hanno come sempre sbloccato la ricerca, anche se sono ora superati dalla ricostruzione di Fang-kuei Li 1976 (cfr. Fang-kuei Li, Ji3ge shànggu3 she1ngmu3 wèntí, in Zo3ngto3ng Jia3ng Go1ng shìshì zho1unián lùnwénji1 edited bu Qián Si1liàng et alii, Taipei, Academia Sinica, 1976).
Il cinese, a livello macroscopico, è diversissimo dalle lingue
tibetobirmane (ad es. è prevalentemente VO, come il karen, e non OV, come il
tibetobirmano; ha radici monosillabiche, ecc.). Anche la presenza
del tono, tipico delle lingue cinesi odierne come della maggior parte delle tibetobirmane
e di tutte le karen, comunque, è una convergenza illusoria, in quanto non sembra
possa ricostruirsi un sistema tonemico comune in proto-sinotibetano (è stato
pure proposto, senza molto successo, un sistema a due toni), ed i sistemi delle tre famiglie figlie
sembrano tutti creazioni indipendenti l'una dall'altra (i quattro
toni del cinese standard
possono essere ascoltati dalla pagina del fonetista Peter Ladefoged, e così anche i
sei toni del cantonese).
Pochi dei prefissi postulabili per il proto-tibetobirmano sembrano inoltre ravvisabili
in cinese antico, che comunque aveva un sistema di iniziali (e di finali) molto
più ricco dell'odierno.
Giusto per dare l'idea di queste ricostruzioni, fornendo anche uno spezzone del
sistema morfologico della lingua, riporto le ricostruzioni medio ed antico cinesi
del sistema delle preposizioni (ricordando che sono tutte, propriamente dei verbi,
ossia sono lessemi che fungono da verbi o preposizioni a seconda della loro posizione
sintattica nella frase):
[tav. 3]
Le preposizioni in cinese medio ed antico secondo le ricostruzioni di Fang-kuei Li.
Adattato da Jerry Norman, Chinese, Cambridge - New York - New Rochelle -
Melbourne - Sydney, Cambridge University Press, 1988, p. 93.