di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).
Nell'Asia settentrionale, siberiana, come abbiamo più volte
accennato nel capitolo sull'altaico, vi sono alcuni isolotti residuali di componenti
linguistiche diverse dalla generale altaicità dell'area. Nel passato, anzi, questo strato
prealtaico doveva essere anche più diffuso, dato che abbiamo attestazioni di lingue
non-altaiche nel lessico di molte lingue altaiche (se ricordate avevamo ad esempio
accennato al problema dei "pre-kirghizi").
In genere, oggi, queste presenze sono
in grave pericolo di sopravvivenza, e molte si sono già spente nel corso dell'Ottocento,
altre nel corso del Novecento, ed altre si stanno estinguendo attualmente lasciando
il passo all'ormai ubiquitario russo. Si tratta,
essenzialmente, di due piccole famiglie linguistiche e di una manciata di lingue isolate.
Procedendo da Ovest verso Est la prima realtà che ci interessa è quella della famiglia Jeniseiana, così chiamata in base alla sua diffusione nel bacino della Enisej. Oggi l'unica lingua superstite è il ket, parlato dal 74,9% dei 1182 Ket etnici (dati del '70, tuttavia). La "eccezione" del ket nell'area siberiana è vistosissima non solo dal punto di vista genealogico (le proposte genealogiche, tutte altamente speculative, più frequenti sono state con la famiglia sino-tibetane e, più promettentemente, con le lingue caucasiche nordorientali), ma anche da quello tipologico, dato che è radicalmente diverso da qualsiasi altra lingua della Siberia: il ket è infatti una lingua a toni (donde l'idea, ingenua, di confrontarlo col cinese) e con morfologia complessissima: flessione interna, prefissi oltre che suffissi, radici discontinue e sistemi di genere-classe (circostanza che ha suggerito l'ipotesi caucasica nordorientale, che sembra stia conseguendo qualche risultato più promettente delle altre strade finora suggerite).
[tav. 1]
Cartina (in francese) delle lingue Jenisseiane nella loro massima estensione nota
(Ottocento). L'area tratteggiata comprende il ket proprio, nei suoi due dialetti
dell'Imback (che è il ket ancora parlato) e del Sym (chiamato anche
jug, estinto nell'Ottocento), che costituisce il ramo settentrionale. Il ramo
meridionale comprendeva un gruppo orientale, costituito dal kot (estinto
nell'Ottocento) e dall' assan (estinto nel Settecento), ed un gruppo occidentale
costituito dall'arin e dal pumpokol (estinti nel Settecento).
Modificato da Guy Tailleur, Un îlot basco-caucasien
en Sibérie: les langues iénisséiennes, in "Orbis" VII (1958) 415-427. Nella
cartina è rappresentato anche il burushaski, altra lingua isolata dell'area iranica.
L'altra area di massima singolarità linguistica nell'Asia nordorientale
è l'estremità orientale della Siberia, antistante lo stretto di Bering.
[tav. 2]
Carta linguistica dell'estremità nordorientale della Siberia, dalla Kolyma allo
stretto di Bering. Le tre componenti principali delle lingue luoravetliche (chukchi, korjak
e kamchadalo o itelmen) sono evidenziate in arancione, con tonalità nell'ordine
crescenti. Ad ovest, lo jukaghiro wadul e l'odul sono individuati rispettivamente in
blu ed in azzurro. Ad est, l'eskimo è individuato in verde.
Le altre lingue in cui queste sono immesse, oltre al dilagante russo (numero 1),
sono: la turca jakuto (n. 68), le tunguse evenki (n. 71) ed even (n. 72).
L'unico fiume rappresentato è la Kolyma.
Adattato da Bernard Comrie, The Languages of the Soviet Union, Cambridge
- London - New York - New Rochelle - Melbourne - Sydney, 1981.
In questa zona, vi sono anche estreme propaggini di altre famiglie
linguistiche.
È questo il caso soprattutto dell'eskimo siberiano, che rappresenta
solo la piccola appendice asiatica della famiglia eskimo-aleutina, diffusa
tra l'Alaska, il Nord del Canada e la Groenlandia (dove, anzi, una lingua eschimese
è ora lingua ufficiale di stato).
Ed è questo, secondo ogni probabilità, anche il caso dello jukaghiro, un tempo considerato
lingua isolata, ma oggi abbastanza sicuramente dimostrato (soprattutto grazie ai
lavori della linguista russa Tatjana Nikolaeva) essere una componente
lontana della famiglia uralica. Lo jukagiro è parlato da una minoranza ormai veramente
esigua (nel 1970 il 46,8% dei 615 jukaghiri etnici) in due dialetti isolati tra
loro: il wadul, settentrionale, o jukaghiro della tundra, è usato da popolazioni
nomadiche tra l'Alazèja e la C^ukoc^'ja (due fiumi minori ad ovest della foce della
Kolyma), visualizzato in blu nella tavola precedente;
l' odul, meridionale, o jukagiro della Kolyma, è invece parlato più a sudest
da popopazioni stanziali lungo due affluenti superiori della Kolyma, Jasac^naja e
Korkodon, rappresentato in azzurro; un dialetto affine all'odul, il chuvan
era inoltre ancora vivo nell'Ottocento tra la Kolyma e l'Anadyr (cfr. Guy Tailleur,
Le dialecte tchouwane du youkaghir, in "Ural-altaische Jahrbücher" XXXIV (1962)
55-99); restano, infine, scarse testimonianze ottocentesche anche di un'altra lingua
probabilmente distinta, l'omok (cfr. Guy Tailleur, Les uniques données sur
l'omok, langue éteinte de la famille youkaghirienne, in "Orbis" VIII (1959) 78-108).
Tutte queste varietà si possono trovare inserite nella classificazione delle lingue uraliche
che avevamo proposto nel capitolo sull'Uralico.
Il gruppo solo locale di lingue più articolato ed in migliore stato di
conservazione è la famiglia luoravetlica, come detto in base alla autodenominazione
di alcune delle sue popolazioni (chukchi e korjaki); l'altro più frequente nome,
ben più ingombrante, è quello di "chukcho-kamchadalo".
Si tratta di una piccola famiglia linguistica costituita da quattro lingue (secondo
taluni tre, secondo altri più), tra cui il chukchi è la più florida
(parlata dal 82,6% dei
13597 chukchi etnici nel 1970), mentre i dialetti kamchadali (itelmen; secondo taluni
lingue autonome) sono tutti estinti tranne l'occidentale, comunque anch'esso allo stato
terminale. Si tratta di lingue con armonia vocalica e morfologia prevalentemente
agglutinante (come le altaiche, dunque), ma con sintassi ergativa (come le lingue
del Caucaso): il chukchi, anzi, è considerato una delle lingue più rigorosamente
ergative del mondo.
[tav. 3]
Una delle possibili classificazioni delle lingue luoravetliche: basato su D. S.
Worth, La place du kamtchadal parmi les langues soi-disant paléosibériennes,
in "Orbis" XI (1962) 579-599.
Un poco più a nordest, tra Sakhalin ed il Giappone, troviamo
altre due importanti lingue isolate, il nivkh e l'ainu:
[tav. 4]
La massima estensione ricostruibile per le lingue ghiljache ed ainu.
Adattato da James Patrie, The Genetic Relationship of the
Ainu Language, The University Press of Hawaii, 1982, p. 54.
Il nivkh (autodenominazione nel dialetto dell'Amur; o ghiljaco nella denominazione russa), oggi ("ieri", in realtà, perché i dati che ho risalgono al 1970!) è parlato dal 49,5% dei 4420 ghiliachi etnici. I due dialetti principali, uno occidentale, parlato sul basso corso dell'Amur (che fu alla base negli anni '30 di un'effimera lingua letteraria, dapprima in latinica e poi dal 1953 in cirillica), ed uno orientale, parlato nell'isola di Sakhalin, sono in realtà due lingue diverse, strettamente relate ma mutuamente non comprensibili. Un terzo dialetto, nel Nord di Sakhalin, è una varietà di transizione tra le due principali.
Immediatamente a Sud, l'ainu, partendo dalla ancora "siberiana" Sakhalin ci porta direttamente in Giappone, con la cui storia è inestricabilmente legato: la sua estensione originaria, infatti, andava da Sakhalin meridionale, a parte delle isole Kurili, tutta Hokkaidô e la parte settentrionale di Honshû (come prova la toponomastica). Dei tre dialetti principali (Sakhalin, Hokkaidô e Kurili settentrionali), quello delle Kurili era già estinto negli anni Trenta, la scomparsa di quello di Sakhalin data agli anni Sessanta, e gli ultimi parlanti di Hokkaidô stanno ormai rapidamente scomparendo anch'essi.
[tav. 5]
I dialetti ainu: Sakhalin (N, C e S), Kurili e Hokkaidô (N, E, CS, SE). Adattato da
Kirsten Refsing, The Ainu Language. The Morphology and Syntax of the Shinuzai
Dialect, Aahrus, Aarhus University Press, 1986, pp. 53-54, basato in uktima
analisi su Asai Tôru 1974.
Il problema delle origini dell'ainu è stato sempre circondato da un discreto alone di mistero anche per via della differenza razziale (più marcata antropometricamente che geneticamente) rispetto alle popolazioni circostanti. Dato il coinvolgimento anche con la protostoria del giapponese, ne avevamo già discusso parlando delle origini del giapponese (cfr.). Non aggiungo ulteriori dettagli: comunque i giapponesisti troveranno un'ampia trattazione nel libro di Shibatani.
Se nel Nordest dell'Asia ci confrontiamo solo con pochi resti
linguistici, rimasti estranei alla generale progressiva "altaicità" dell'area, ed
ormai strangolati dall'invasione russa, sicché la nostra incapacità a svelare efficaci
connesioni genealogiche è anche giustificata dagli enormi buchi di documentazione
che abbiamo, nel Sudest asiatico la situazione è simile solo nel presentarci con
un certo numero di famiglie linguistiche di problematica affiliazione, ma è diversissima
sotto tutti gli altri rispetti. Queste famiglie (essenzialmente tre: kadai, miao-yao e
mon-khmer) comprendono tutte numerosissime lingue, alcune non ancora studiate, ma altre
ben note, con molti parlanti e ricca tradizione scritta, come il thai, il lao ed il khmer.
Una caratteristica comune, inoltre, a quasi tutta l'area del Sudest asiatico (con
l'eccezione del vietnamita, austronesiano, scritto originariamente in sinogranmmi
ed oggi in latinica) è l'uso di scritture di origine indiana, derivate dal sillabario
brahmi (allo stesso modo della nagari del sanscrito e della maggior parte delle scritture
dell'India) attraverso una sua modifica avvenuta nell'India meridionale e diffusa
dal prestigio e dalle attività commerciali della dinastia Pallava (VIII secolo d.C.):
per la brahmi e per la sua diffusione nel Sudest asiatico cfr. il paragrafo sulla
brahmi
nel capitolo sulle scritture. Nonostante alcune di queste scritture siano molto
"difficili", tanto per complessità di funzionamento quanto per inadeguatezza sincronica
(essendo scritture "storiche") come è ad es. soprattutto il caso della grafia khmer, avere
a disposizione documentazioni in scritture fonografiche anziché logografiche (come
in tutte quelle del tipo del cinese) è un indubbio vantaggio per il linguista che
voglia studiare, tassonomicamente e storicamente, studiare questi gruppi di lingue.
I problemi della classificazione genealogica
del Sudest, sono dunque molto legati al relativamente giovane stato della ricerca dell'area,
unito alla oggettiva difficoltà di molte lingue ed a situazioni etnologiche (molte
lingue sono tuttora "selvagge") o politiche (basti ricordare gli orrori
perpetrati dai Khmer rossi in Cambogia, e tutti i conflitti che hanno insanguinato
l'area) tutto fuorché ottimali: a differenza del Nordest, dove, tristemente, i giochi
sono sostanzialmente ormai fatti e poco progresso è da attenderci, nel Sudest si
può ben sperare che la nostra visione dell'area possa ancora definirsi meglio col
progresso degli studi.
In effetti, molto è già cambiato nell'ultimo mezzo secolo, ad es. con la sottrazione del
thai (e delle sue lingue immediate cognate) e delle lingue miao-yao al cinese, con
la scoperta del gruppo kam-sui e di altre lontanamente relate al thai in Cina e
la definizione della famiglia kadai, e con il collegamento delle lingue mon e khmer.
Tutti questi avanzamenti di conoscenza hanno anche portato
alla formulazione di ipotesi di connessioni a più largo raggio, più o meno plausibili.
Tutte ruotano intorno a due proposte: la prima, partendo dalla ipotesi
(dei primi del Novecento) che le lingue mon-khmer siano connesse ad una piccola
famiglia isolata dell'India, quella delle lingue munda, in una sovra-famiglia
battezzata "austroasiatica", ha esteso il "(macro-)austroasiatico" anche alle altre
due famiglie kadai e mom-khmer; la seconda, cara in particolare a
Paul Benedict, ha invece insistito su un collegamento tra kadai ed austronesiano (inteso
come taiwanese indigeno + maleo-polinesiaco + [nell'ottica di Benedict] lo strato
meridionale non-altaico del giapponese); spesso le due ipotesi sono anche state combinate
pensando ad un'unica macrofamiglia "austrica". Alcune di queste ipotesi possono
eventualmente essere in parte verosimili e degne di essere messe alla prova,
ma finora nessuna si può considerare in alcun modo dimostrata: probabilmente sarà
necessario un maggiore progresso nella ricostruzione delle singole famiglie prima
che si possa fare qualsiasi passo avanti sulla questione. Al momento attuale,
ad ogni buon conto, se ci si vuole limitare a quello che effettivamente si sa
e non si suppone, si può solo parlare di cinque famiglie, miao-yao, kadai, mon-khmer, più
munda (che tratteremo in questo paragrafo per comodità di presentazione) ed austronesiano
(cui accorderemo un paragrafo autonomo).
L'uso, pertanto, che faremo dell'etichetta "austroasiatico" per qualificare questa area linguistica ha quindi lo stesso valore e portata di quello che avevamo accordato a quella di "paleosiberiano" nel capitolo precedente: sono solo qualifiche areali, culturali e storiche, con evidenti vantaggi pratici, ma senza alcuna implicazione genealogica.
[tav. 6].
Carta linguistica delle famiglie
austroasiatica (munda e mon-khmer), kadai ("daica" = kam-sui e tai) e
miao-yao. Le relazioni di questi gruppi tra loro (probabili), con la famiglia
sinotibetana (da scartare), e con la austronesiana (poco probabili), sono controverse.
Riprodotto da Merritt Ruhlen, A Guide to the World's Languages,
Volume 1: Classification, Stanford (California), Stanford University Press, 1987, p.149
149 (su Ruhlen ricordatevi sempre le riserve espresse in calce alla tavola della carta
linguistica dell'altaico, ed in generale).
Le lingue miao-yao sono una piccola famiglia linguistica, costituita
da una costellazione di dialetti sparsi tra il Sud della Cina (il baricentro complessivo
del gruppo è nel Guizhou), Vietnam, Laos e Thailandia.
Le varietà miao-yao sono di solito ricondotte a quattro lingue: il (1)
miao (il cui centro è più occidentale, nel Sichuan, con tre gruppi dialettali
principali; di questi il "miao nero" hei miao è talvolta considerato lingua
autonoma) ed il (2) yao (o "mien", il cui centro è più
orientale, nel Jiangxi, con molti dialetti) sono le due lingue che dànno il nome
alla famiglia; più affini al yao sono inoltre il (3)
punu, e, meno sicuramente (è fortemente influenzata da lingue kadai, tanto
da far dubitare della sua "yaoità" originaria), anche il (4)
laka.
Sono lingue tonali ed isolanti, il che le aveva ingenuamente fatte collegare al cinese,
teoria che oggi nessuno più sottoscriverebbe.
L'individuazione della (macro)famiglia kadai (a partire da
lavori di Paul Benedict e Fang-kuei Li dei primi anni Quaranta), e la sua stessa
denominazione (Edmondson & Solnit 1988), sono recenti, ed avvenute per gradi.
La prima costituente ad essere individuata è stata la numerosa famiglia daica,
costituita dal thai moderno, dal lao e dalle loro affini lingue minori
(circa una quarantina soprattutto in Thailandia, Laos e Vietnam, ma anche in Birmania
ed Assam settentrionali ed in Cina meridionale; sono tutte lingue tonali, analitiche,
e preponderantemente monosillabiche). Anche se l'individuazione del daico è sempre stata
pacifica, ad essere discussa fu soprattutto la sua affiliazione, per la quale si è
spesso pensato al sinotibetano (tutte le lingue del gruppo, infatti, sono tonali
e prevalentemente monosillabiche). Il più precoce interesse per la famiglia daica
è dovuto soprattutto alla presenza di lingue scritte di grande tradizione letteraria, "nazionali"
e con grandi numeri di parlanti, come soprattutto i menzionati thai e lao.
È comunqe a partire dalla fine degli anni settanta
che si dispone di una valida ricostruzione del proto-tai (Fang-kuei Li, A Handbook
of Comparative Tai, University of Hawaii Press, 1977).
Nel 1940 Paul Benedict scoprì che alcune lingue ritenute irrelate dei confini centromeridionali
della Cina (gelao, laqua e lati) ed una dell'isola di Hainan
erano invece tra loro relate in un gruppo che chiamò kadai (componendo i termini
per 'uomo' in alcune di quelle lingue), che nel 1942 collegò alla stessa famiglia
del thai. L'anno dopo Fang-Kuei Li individuò un altro gruppo di lingue nella
Cina del Sud, che chiamò kam-sui (in base ai nomi di due lingue del gruppo), e stabilì
che erano una famiglia affiliata sullo stesso piano di quella del thai, per la quale
introdusse il termine di kam-tai. Dagli anni Quaranta ad ora si è progredito
moltissimo nello studio di queste lingue, ma i capisaldi dell'ipotesi genealogica
sono rimasti validi, con l'unica eccezione che non si pensa più che le lingue che
Benedict raggruppava nel suo "kadai" costituiscano un gruppo autonomo (anzi, sono
rami indipenenti da kam-sui e daico), e si è usato il termine "kadai" per l'intiera
famiglia.
[tav. 7]
La classificazione delle lingue kadai, con particolare attenzione alle lingue
"extra-tai": rappresentazione arborescente e dati geografico-demografici (aggiornati
al 1982) in base a Comparative Kadai: Linguistic Studies beyond Tai, edited
by Jerold A. Edmondson and David B. Solnit, Dallas - Arlington, Summer Institute
of Linguistics - University of Texas at Arlington, 1988. Mi discosto da Edmondson
& Solnit solo nel preferire come nome per la famiglia che comprende il "thai" (con
la acca) anziché "tai" (senza la acca), più corretto ma poco perspicuo, il meno
accurato ma più chiaro "daico". Ho fornito i dati più completi a mia disposizione
sulle lingue "extra-thai" per rendere possibile una valutazione oggettiva di che
cosa di solito si intende per "lingue minori" nel Sudest asiatico (confrontate
ad esempio i dati demografici con quelli dell'area "paleosiberiana" ...).
È prevedibile comunque che vi saranno presto nuovi progressi: tutte le lingue
"extra-tai", come talora vengono chiamate, sono lingue orali (con l'eccezione
del sui, che ha una propria, problematica, scrittura a base di caratteri siniformi, usata
prevalentemente per scopi segreti o rituali), a volte di culture
relativamente "primitive", e spesso ancora bisognose di descrizione. Accanto alla
maggioranza di lingue orali, va comunque ricordato che il thai ed il lao (ed anche
qualche altra lingua daica minore) hanno una tradizione letteraria antica ed illustre
su cui basarsi, e, circostanza assai favorevole per i linguisti, non usano scritture
logografiche alla Cinese.
La famiglia mon-khmer è un vasto raggruppamento di lingue
(c. 65) che si estende su un territorio molto ampio: dalla maggior parte del
Laos e della Cambogia con il grosso delle lingue, tra cui il khmer (prestigiosa
ed antica lingua letteraria, con un complicatissimo sillabario derivato dalla brahmi,
oggi "nazionale" in Cambogia), alla Birmania meridionale, dove è geograficamente isolato
il mon (altra lingua letteraria dalla ricca storia, scritto oggi nello stesso
sistema sillabico del birmano; sulla lingua mon si può anche vedere un interessante sito
dell'Albany University),
alla Cina del Sud (con alcune "lingue minori"),
all'India (stato di Meghalaya, a Nord del confine con il Bangladesh) dove è parlato
il khasi (c. 480.000 persone in India più 50.000 in Bangladesh: dati del 1961;
cfr. Kamil Zvelebil, The Languages of South Asia. A Guide, London - Boston -
Melbourne - Henley, Routledge & Kegan, 1982, pp. 178-180), ed alle isole Nicobaresi,
dove è lingua ufficiale dei c. 18.000 abitanti il nicobarese, scritto in alfabeto
latino, che sembra pure più lontanamente relato al gruppo.
La ricostruzione del proto-mon-khmer e lo studio della complessa articolazione interna
del gruppo non è progredita come quella delle lingue kadai (e molte lingue sono ancora
non investigate), anzi propriamente non si può neppure parlare di stretta dimostrazione
della sua unità genealogica, che pure pare difficilmente dubitabile.
Pur nella mancanza di un proto-mon-khmer su cui fondarsi, si è spesso sostenuto, a
partire da Schmidt nel 1906, che esiste una netta relazione genealogica con le lingue
munda dell'India; il (macro)gruppo così ipotizzazato è stato chiamato "austroasiatico",
ed ha costituito il cuore centrale su cui si è sviluppata l'ipotesi austroasiatica di
cui abbiamo parlato all'inizio del capitolo. Anche in questo caso, naturalmente,
nessuna vera dimostrazione esiste del legame, ed è meglio prudentemente farne a meno,
anche se col progresso dello studio delle lingue mon-khmer la situazione potrebbe
radicalmente cambiare.
Le lingue munda (/nd/ sono retroflessi ed /a/ è lunga: nella
trascrizione scientifica i primi sono resi con il punto sottoscritto, la seconda
con il macron; per evitare codifiche problematiche con browsers vecchi, possiamo
qui traslitterare /mun,d,â/) sono una famiglia isolata dell'India
centrale, che era stata riconosciuta gia nel 1857 dal glottologo Max Müller: prima
le lingue munda erano state prese per dravidiche, cosa comprensibile dato che sono
fittamente intrecciate negli stessi territori delle lingue dravidiche centrali, che
etnologicamente i loro parlanti sono molto simili a quelli delle lingue dravidiche
dell'area, e che la presenza di entrambi i gruppi (quali che siano le loro relazioni)
sicuramente precede la indoeuropeizzazione dell'India.
Le lingue munda attualmente conosciute (alcune minuscole lingue
tribali, parengi, bonda (bon,d,a) e didey (d,id,ey), sono state
scoperte ancora negli anni Sessanta nell'estremità meridionale del Karaput) sono
circa una decina e, globalmente, hanno circa sei milioni e mezzo di parlanti. «Socially
and economically, the Munda languages are among the most backward in India. They live
on hill-tops and in forests, surrounded by the Indo-Aryan speaking population
occupaying the plains» (Kamil Zvelebil, 1982 cit., p. 170-1). La lingua più cospicua
del gruppo è il santali (santâlî), con circa 3,7 milioni di parlanti (nessuna
delle altre raggiunge il milione). Nessuna lingua ha sviluppato uno standard scritto.
[tav. 8]
Le lingua munda nell'India centro-orientale, immerse tra lingue indoarie e dravidiche
centrali. Adattato da Kamil Zvelebil, The Languages of South Asia.
A Guide, London - Boston - Melbourne - Henley, Routledge & Kegan, 1982, p. 231.
L'unità genealogica del gruppo è sicura, nonostante non si sia ancora
prodotta una ricostruzione vera e propria del protomunda (causa anche la scarsa conoscenza
delle lingue minori); la connessione, macro- o micro-austroasiatica (con le sole
lingue mon-khmer) che sia è per ora indimostrabile.
Le lingue munda, tra l'altro, hanno anche caratteristiche abbastanza diverse dalla
media "indocinese" delle altre famiglie cui sono state accostate (relativamente più
simile è semmai la situazione in dravidico): assenza di toni, armonia vocalica, abbondanza
di consonanti retroflesse, morfologia fortemente agglutinante (con catene fino ad
una dozzina di affissi), quasi polisintetica. Questi aspetti, naturalmente, possono
essere dovuti a ragioni areali (ho sottolineato le convergenze con il dravidico) e
non sono in sé pregiudiziali ad una affiliazione "austroasiatica", ma certo contribuiscono
a rendere difficile la comparazione (una corretta discriminazione tra radici e morfemi
affissi negli elementi che si sottopongono alla comparazione è essenziale per la buona
riuscita del metodo: ricordate il caso, emblematico, del fallimento della comparazione
tra hurrico e caucasico
nordorientale?)
La grande famiglia austronesiana ha una distribuzione immensa,
comprendendo la maggior parte delle isole dall'Oceano Indiano al Pacifico, ossia
praticamente dall'Africa (Madagascar) alla Nuova Zelanda al Perù (Isola di Pasqua), con al centro
la Malesia, buona parte dell'arcipelago Indonesiano, le Filippine e Taiwan, con
quasi un migliaio di lingue diverse per 180 milioni di parlanti; alcune delle lingue
sono molto grandi (i.e. con molti parlanti), e con tradizione scritta anche antica (malese-indonesiano,
vietnamita, cham, tagalog-pilipino, giavanese ...),
altre molto piccole ma ugualmente standard e ben note (ad es. hawaiiano),
e moltissime altre semplicemente ancora da studiare.
Nonostante l'enorme
dispersione la famiglia è relativamente uniforme (più del sinotibetano o
dell'indoeuropeo stesso), ed è stata una delle prime ad essere individuata.
È l'articolazione interna, semmai,ad essere discussa: certo è che tutto il blocco
maleo-polinesiano si contrappone alle poche rimanenze delle lingue indigene di Taiwan,
che (siano da raggruppare in una sola famiglia o piuttosto in tre) hanno una importanza
capitale per la ricostruzione del protoaustronesiano; sicura è anche una divisione
linguistica tra l'Indonesia occidentale e l'orientale; probabile, infine l'unità
del gruppo oceanico-orientale, al cui interno le lingue polinesiane sono un raggruppamento
sicuro (sembrano quasi un cluster di dialetti), mentre la posizione delle lingue
della Melanesia e della Micronesia è meno evidente. Dato l'elevato numero di lingue,
comunque, una ricostruzione completa ed onnicomprensiva della famiglia non è ancora stata
fatta, mentre lo è stata per molti singoli gruppi.
[tav. 9]
Le lingue austronesiane, dal Madagascar all'America via oceano Indiano e Pacifico.
Le lingue indigene di Taiwan da sole si oppongono al grande gruppo maleo-polinesiano;
le lingue polinesiane sono un gruppo molto omogeneo, tipo lingue romanze.
Adattato da Merritt Ruhlen, A Guide to the World's Languages,
Volume 1: Classification, Stanford (California), Stanford University Press, 1987, p. 160.
Il primo, germinale, riconoscimento della unità genealogica
maleo-polinesiana, o meglio di alcune sue costituenti, è fin precedente a quello
dell'uralico e dell'indoeuropeo, parendo risalire ad alcune osservazioni fatte nel 1603 dall'olandese
Frederick de Houltman sulle somiglianze di malese e malgascio; il gruppo ha avuto anche
la fortuna di essere studiato da uno dei più grandi linguisti del primo Ottocento, Wilhelm
von Humboldt (1767–1835), sicché non è strano trovare in vecchi testi di glottologia
l'affermazione che si tratta di una delle famiglie meglio studiate nel mondo. In realtà,
come abbiamo detto, resta ancora molto da fare, anche se la natura monofiletica
del raggruppamento è sicura, e singoli gruppi sono ormai ben studiati.
Le lingue indonesiane, in particolare, occidentali ("maleo-polinesiano W" delle isole maggiori dell'Indonesia, Filippine
e Malesia) e, meno, le orientali ("maleo-polinesiano C": isole minori dell'Indonesia
e Molucche) hanno avuto un trattamento di riguardo in virtù soprattutto della antichità
e diffusione della scrittura. Con l'eccezione del vietnamita, in cui è ufficiale dal 1910
(ma la sua elaborazione risale al 1651) una scrittura latinica che ha soppiantato
la scrittura cinese, si tratta sempre di forme localizzate della tipizzazione Pallava
della brahmi di cui abbiamo già spesso parlato (diffusa nel VIII secolo d.C. in tutto
il Sudest asiatico a partire dall'India meridionale: cfr. il paragrafo sulla
brahmi nel capitolo sulle
scritture). Queste caratterizzazano ab antiquo non solo le grandi lingue letterarie
del passato (giavanese, balinese, batak, rejang, buginese), oggi oscurate
dall'indonesiano standard (lingua nazionale basata su un dialetto
malese), ma anche un largo numero di lingue minori, nelle quali la diffusione della
scrittura era capillare come raramente in altre aree. Oggi tutte queste antiche scritture
hanno spesso lasciato il passo alla latinica (ad es. nel tagalog ufficiale nelle filippine
e nell'indonesiano, "bahasa indonesia", propriamente un dialetto malese, ufficiale in Indonesia)
od alla arabica (causa la progrediente islamizzazione dell'area), ma sopravvivono
ancora per usi speciali, a volte per noi abbastanza curiosi.
Un esempio di ciò può essere
offerto dal hanunóo dell'isola di Mindoro (Filippine), dove la scrittura
tradizionale (lo standard nelle Filippine è ormai la latinica) è usata prevalentemente
per scrivere poesie d'amore: la poesia ed il corteggiamento sono infatti il centro
della vita sociale tradizionale hanunóo (e di simili culture in altre isole dell'area),
sicché essi hanno un alfabetismo "tradizionale" altissimo (sopra il 70%), accompagnato
da un analfabetismo "nazionale" in tagalog-latinica altrettanto alto (una situazione
abbastanza simpatica ...).
Particolarmente interessante, da un punto di vista generale, è il caso delle lingue polinesiane, dato che lo schema dei raggruppamenti delle varie lingue (cioè i loro rapporti genealogici) segue abbastanza fedelmente il modello diffusionale delle rispettive popolazioni, come messo in luce dalle datazioni archeologiche al radiocarbonio:
[tav. 10]
Schema della diffusione delle popolazioni della Polinesia: i primi abitanti arrivarono
a Tonga dalle Figi intorno al 1200 a.C.; una prima espansione raggiunse le isole Marchesi
nel 300 d.C; una seconda espansione raggiunge la poninesia orientale, l'isola di
Pasqua nel 400 d.C e le Hawaii nel 500 d.C.; la nuova Zelanda è raggiunta nell'800 d.C;
vi sono tracce di una terza, più discussa e recente, dispersione secondaria. Riprodotto
da Colin Renfrew, Archeology and Language. The Puzzle of Indo-Europeans origins,
London, Jonathan Cape, 1987 (trad it. Archeologia e linguaggio, Roma - Bari,
Laterza, 1989, p. 316 (basato su The Prehistory of Polinesia edited by J. D.
Jennings, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1979).
Il gruppo di più capitale importanza dal punto di vista storico-comparativo è quello delle lingue aborigene di Taiwan (individuato già da J. H. Klaproth nel 1822). Taiwan, infatti, è stata ripopolata dai cinesi a partite dal XV secolo d.C., ma comprende(va) ancora una ventina di lingue aborigene, minoritarie e ristrette alle zone interne dell'isola, tutte senza scrittura; alcune si sono recentemente estinte ed altre sono in serio pericolo di estinzione. Costituiscono tre famiglie, denominate in base alla lingua principale di ogni gruppo, cioè paiwan (c. 37.000), tsou (c. 3.200) ed atayal (c. 40.000). Si è talvolta supposto che l'Urheimat di tutta la famiglia austronesiana fosse proprio Taiwan.
In genere le austronesiane sono lingue con sistemi fonologici molto semplici (lo hawaiiano, ad esempio, ha solo 8 consonanti: /p k ' h w m n l/, ed il samoano ha 15 fonemi in tutto, / p t g ' f s m n l a e i o u /) e struttura sillabica molto ridotta (di norma solo CV); perlopiù non sono tonali; tipico di tutta la famiglia è l'uso sistematico della reduplicazione (ad es. per marcare il plurale), e la presenza oltre che di prefissi e suffissi anche di infissi (per fare un esempio famoso, in quanto usato da Sapir, Language, New York, Harcourt & Brace, 1921, trad. it. Il linguaggio, Torino, Einaudi, 1969, p. 73, in bantok gorot «un -um- infisso è caratteristico di molti verbi intransitivi con suffissi pronominali personali, come sad- 'aspettare', sumid-ak 'io aspetto'; kineg 'silenzioso', kuminek-ak 'sto silenzioso'») e di ambifissi o, come a volte sono detti, confissi (ad es. in gayo [Sumatra N] ke--en è un ambifisso che forma nomi astratti: keber 'news' > kekeberen 'history, story' - cfr. Giulio Soravia, A Sketch of the Gayo Language, Catania, Gruppo linguistico catanese, 1988]).
Le lingue dravidiche costituiscono una specificità del subcontinente
indiano: fuori dell'India sono rappresentate solo in Sri Lanka (tamil) ed
in Pakistan (brahui), ma in India sono seconde per numero di parlanti solo
alle lingue indoarie.
Oggi il loro centro è nel Sud dell'India, dove si trovano le quattro grandi lingue
ufficiali.
Il tamil (in traslitterazione accurata la elle andrebbe sottolineata, in quanto
è una laterale fricativa anziché approssimante) nello stato di Tamil Nadu ed in Sri
Lanka, con i suoi 61 milioni circa di parlanti, almeno due millenni di storia
ed una ricchissima e prestigiosa letteratura, è la più importante. Ma non meno antiche
ed importanti sono il malayalam (malayâl,am) nello stato di Kerala, con 34
milioni, derivato dal "tamil antico" allo stesso modo del tamil moderno alla fine
del X secolo d.C., il kannada (kannad,a) o kanarese nello stato di Karnataka,
con c. 37 milioni di parlanti ed una letteratura che risale al X secolo d.C., ed
il telugu nello stato di Andhra Pradesh e zone limitrofe, con c. 62 milioni,
attestato a partire dall'XI secolo d.C. e con una fiorente letteratura sia antica
sia moderna.
[tav. 11]
Le lingue dravidiche nel Sud dell'India (le grandi lingue letterarie e di cultura:
tamil, telugu, kannada, malayalam), nel centro dell'India (le lingue minori: cfr.
più in dettaglio la mappa delle lingue munda,
con le quali sono inestricabilmente intrecciate), ed in Pakistan (brahui).
Adattato da Kamil Zvelebil, The Languages of South Asia. A Guide,
London - Boston - Melbourne - Henley, Routledge & Kegan, 1982, p. 231.
L'articolazione della famiglia è abbastanza chiara: ad un gruppo S,
compatto sincronicamente e storicamente (la sola lingua non letteraria, oltre alle 4
lingue nazionali, è il tulu, c. 1 milione di parlanti nello stato di Mysore)
si contrappone un gruppo C, fortemente ridotto e sfaldato, commisto a lingue
munda, evidentemente residuale (sono 11 lingue, tutte orali, ripartibili in tre gruppi,
di ognuno dei quali cito almeno una lingua rappresentativa: CW,
con il gondi (gôn,d,î), che con i suoi 3 milioni di parlanti sparsi tra
Madhya Pradesh e Maharshtra, è la più grande; CS, con il
parji (parjî), c. 44.000; E con il malto,
c. 90.000 nello stato di Bihar) ed un ancor più residuale gruppo N, con l'isolato
brahui (brâhûî), parlato da c. 500.000 semi-nomadi nelle regioni montagnose
del Baluchistan in Pakistan.
Storicamente, non v'è dubbio che le lingue dravidiche predatino in India l'ingresso delle lingue indoarie, dalle quali sono state soppiantate nel Nord ed erose nel Centro, attestandosi nel Sud. Dubbio è invece che siano davvero lo strato più nativo dell'India (un altro gruppo, in effetti, che sembra essere stato eroso tanto dall'indoario quanto dal dravidico, è quello delle lingue munda). Tentativamente, al dravidico sono state ricondotte le lingue di alcune antiche civiltà scomparse del Medio Oriente come quella della cultura della valle dell'Indo (Harappa e Mohenjodaro), tuttora non decifrata (ma con una distribuzione dei grafemi tale da fare supporre una struttura morfologica simile a quella dravidica), il sumerico (con voli molto fantastici) e l'elamico: se questo fosse vero, farebbe propendere per una origine "settentrionale" anche per il dravidico, ma, appunto, al momento attuale sarebbe costruire castelli sulla sabbia. Più probante è il considerevole numero di radici comuni tra dravidico ed indoeuropeo ed, ancor più, tra dravidico ed uralico, che (senza necessariamente volare subito a speculare di difficilmente dimostrabili macro-unità genealogiche) portano ad immaginare dei contatti avvenuti, plausibilmente, in un'area più a Nord dell'India.
La ricostruzione del protodravidico, infatti, ha raggiunto ormai
(soprattutto dopo i lavori di M. B. Emeneau) un notevole grado di perfezionamento
(sono disponibili grammatiche e dizionari ricostruiti), e la monofileticità del
gruppo non è mai stata realmente messa in discussione. Semmai la tendenza è sempre
stata quella di cercare legami genealogici con altri gruppi, spesso sconfinando
nell'implausibile (ad es. giapponese) o nel fantastico (basco, of course, ecc.).
Nonostante l'elevato numero di prestiti ed influssi da parte del sanscrito, la struttura
grammaticale delle lingue dravidiche è infatti abbastanza uniforme e caratteristica, cosa
che ne facilita la comparazione: struttura sillabica semplice, assenza di toni, presenza
di retroflesse (la cui diffusione in tutte le lingue dell'India è probabilmente da
imputare proprio al dravidico) tra cui una fricativa laterale, scarse tracce di armonia
vocalica (influsso munda?); morfologia fortemente agglutinante; sintassi SOV abbastanza
rigida.
Dal panorama che abbiamo tracciato restano fuori ancora poche
lingue isolate.
Si tratta prevalentemente di due lingue estinte del Medio-Oriente antico. La prima
è il sumerico (di cui abbiamo già ogni tanto parlato, in quanto è la
cultura più antica a noi nota ad aver fatto uso della scrittura), usato tra il 3.200
ed il 1950 c. (inizio dell'era antico babilonese; il sumerico continua in realtà
ad essere scritto anche in seguito, come lingua morta, culturale). Il sumerico
è la cultura seminale di tutto il Vicino oriente antico (un po' come la cultura
olmeca nella Mesoamerica e quella greca nel nostro Occidente classico), ed il suo
influsso si protrarrà ben oltre la sua scomparsa.
L'altra, l'elamico, è la lingua di una civiltà durata quasi tre millenni
nell'Iran centromeridionale, il cui impero aveva capitale a Susa. In realtà dovremmo più correttamente
parlare di due lingue, un protoelamico (c. 3.000-2.000 a.C.) tuttora non decifrato,
ed un successivo medio-elamico (XIII - VII secolo a.C.), in scrittura cuneiforme,
sostanzialmente continuato dal neo-elamico di epoca achemende(VI-IV sec. d.C.).
L'elamico proprio riusciamo abbastanza a leggerlo, forti anche della presenza di
bilingui, come la grande iscrizione trilingue (antico persiano - accadico - elamico)
di Dario I (521-486) a Bisutun.
A queste va aggiunta la lingua, non decifrata, della "scrittura dell'Indo",
espressione della cultura della valle dell'Indo, i cui centri principali erano
Harappa e Mohenjodaro (c. 3000 a.C. - 1800 a.C.).
[tav. 12]
I siti archeologici della cultura della valle dell'Indo. Adattato da Colin Renfrew,
Archeology and Language. The Puzzle of Indo-Europeans origins, London,
Jonathan Cape, 1987 (trad it. Archeologia e linguaggio, Roma - Bari, Laterza,
1989, p. 210.
L'unica lingua moderna, invece, di impossibile affiliazione è
il burushaski. Si tratta di una lingua assai singolare, isolata in
una zona montagnosa e poco accessibile del Kashmir pakistano (Karakorum occidentale),
e con circa 40.000 parlanti (la sua collocazione geografica è indicata, ad esempio
a margine della cartina delle lingue jeniseiane).
Nonostante sia stata molto studiata, a partire dai
classici studi di D. L. R. Lorimer (1876-1962), continua a porre seri problemi
descrittivi, ed a resistere ai tentativi anche dei comparativisti più spregiudicati.
I confini tra Asia ed Oceania, come quelli tra Europa ed Asia,
non sono certo netti, e siccome in Oceania siamo già dovuti sconfinare per trattare delle
lingue austronesiane, per esaurire in modo completo la nostra presentazione dovremo
fare almeno un breve accenno alle due aree rimaste finora fuori dalla nostra trattazione:
Papua o Nuova Guinea (con alcune delle finitime minori isole dell'Indonesia orientale e della Melanesia
occidentale) e l'Australia.
L'area di Papua (Nuova Guinea) è in effetti l'area con maggiore diversità
linguistica del mondo (fin superiore ai casi che avevamo già visto del Caucaso o
dell'Oaxaca nel Messico): vi sono infatti circa 750 lingue ancora parlate che non
appartengono ad altre famiglie note, più un numero più modesto di lingue austronesiane e di
creole. L'etichetta di "lingue papua", però, riflette solo una nozione areale, dato
che genealogicamente, allo stato attuale, si sono potute ricostruire solo una trentina
di piccole famiglie, tra loro irrelate, ed un enorme numero di lingue restano isolate
o semplicemente non ancora studiate (l'ambiente è selvaggio, molte aree sono ferme
all'età della pietra, ed il cannibalismo è relativamente ancora diffuso ...): raggruppamenti
à tout faire come l' "indopacifico" di Greenberg e Ruhlen sono per ora solo
favole.
L'unica caratterizzazione linguistica delle "lingue papua", pertanto, è negativa:
non sono manifestamente lingue austronesiane (anche superficialmente: sono in genere
lingue a verbo finale, con morfologia, prevalentemente agglutinante, estremamente
ricca specie nel verbo).
In Australia, invece, all'epoca del primo contatto con gli europei
vi erano probabilmente c. 200 lingue, di cui una cinquantina sono ormai estinte, ed
un altro centinaio sono sull'orlo dell'estinzione, anche se negli ultimi anni sembra
esserci stata un parziale arresto nel processo, dovuto anche all'introduzione di
una politica più tutelante.
A differenza che per le lingue di Papua, l'unità genealogica delle lingue australiane sembra
abbastanza probabile, anche se una dimostrazione rigorosa non è ancorastata fornita (molte
famiglie sono però ormai abbastanza assestate). Quello che è certo è che non esistono
collegamenti genealogici fuori dell'Australia.
Si tratta di lingue spesso estremamente complesse, con ricche morfologie e sintassi
ergativa. E se non fossimo ormai giunti al termine del nostro tempo e delle nostre
forze sarebbe bello sostarvi un poco. Ed invece mi limito, tra la molta bibliografia,
a segnalarvi una introduzione classica (un po' invecchiata ma ancora utile):
R. M. W. Dixon, The Languages of Australia, Cambridge - London - New York -
New Rochelle - Melbourne - Sydney, Cambridge University Press, 1980.