Introduzione alla linguistica generale.

Materiali integrativi al corso di Didattica delle lingue moderne.

di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).



2.6 Altre componenti dell'Asia linguistica.


2.5.1 Il Nord "paleosiberiano": jeniseiano, luoravetlico, ghiliaco, ainu.


Nell'Asia settentrionale, siberiana, come abbiamo più volte accennato nel capitolo sull'altaico, vi sono alcuni isolotti residuali di componenti linguistiche diverse dalla generale altaicità dell'area. Nel passato, anzi, questo strato prealtaico doveva essere anche più diffuso, dato che abbiamo attestazioni di lingue non-altaiche nel lessico di molte lingue altaiche (se ricordate avevamo ad esempio accennato al problema dei "pre-kirghizi"). In genere, oggi, queste presenze sono in grave pericolo di sopravvivenza, e molte si sono già spente nel corso dell'Ottocento, altre nel corso del Novecento, ed altre si stanno estinguendo attualmente lasciando il passo all'ormai ubiquitario russo. Si tratta, essenzialmente, di due piccole famiglie linguistiche e di una manciata di lingue isolate.

Procedendo da Ovest verso Est la prima realtà che ci interessa è quella della famiglia Jeniseiana, così chiamata in base alla sua diffusione nel bacino della Enisej. Oggi l'unica lingua superstite è il ket, parlato dal 74,9% dei 1182 Ket etnici (dati del '70, tuttavia). La "eccezione" del ket nell'area siberiana è vistosissima non solo dal punto di vista genealogico (le proposte genealogiche, tutte altamente speculative, più frequenti sono state con la famiglia sino-tibetane e, più promettentemente, con le lingue caucasiche nordorientali), ma anche da quello tipologico, dato che è radicalmente diverso da qualsiasi altra lingua della Siberia: il ket è infatti una lingua a toni (donde l'idea, ingenua, di confrontarlo col cinese) e con morfologia complessissima: flessione interna, prefissi oltre che suffissi, radici discontinue e sistemi di genere-classe (circostanza che ha suggerito l'ipotesi caucasica nordorientale, che sembra stia conseguendo qualche risultato più promettente delle altre strade finora suggerite).


Le lingue Jenisseiane

[tav. 1]
Cartina (in francese) delle lingue Jenisseiane nella loro massima estensione nota (Ottocento). L'area tratteggiata comprende il ket proprio, nei suoi due dialetti dell'Imback (che è il ket ancora parlato) e del Sym (chiamato anche jug, estinto nell'Ottocento), che costituisce il ramo settentrionale. Il ramo meridionale comprendeva un gruppo orientale, costituito dal kot (estinto nell'Ottocento) e dall' assan (estinto nel Settecento), ed un gruppo occidentale costituito dall'arin e dal pumpokol (estinti nel Settecento). Modificato da Guy Tailleur, Un îlot basco-caucasien en Sibérie: les langues iénisséiennes, in "Orbis" VII (1958) 415-427. Nella cartina è rappresentato anche il burushaski, altra lingua isolata dell'area iranica.


L'altra area di massima singolarità linguistica nell'Asia nordorientale è l'estremità orientale della Siberia, antistante lo stretto di Bering.


Le lingue luoravetliche

[tav. 2]
Carta linguistica dell'estremità nordorientale della Siberia, dalla Kolyma allo stretto di Bering. Le tre componenti principali delle lingue luoravetliche (chukchi, korjak e kamchadalo o itelmen) sono evidenziate in arancione, con tonalità nell'ordine crescenti. Ad ovest, lo jukaghiro wadul e l'odul sono individuati rispettivamente in blu ed in azzurro. Ad est, l'eskimo è individuato in verde. Le altre lingue in cui queste sono immesse, oltre al dilagante russo (numero 1), sono: la turca jakuto (n. 68), le tunguse evenki (n. 71) ed even (n. 72). L'unico fiume rappresentato è la Kolyma.
Adattato da Bernard Comrie, The Languages of the Soviet Union, Cambridge - London - New York - New Rochelle - Melbourne - Sydney, 1981.

In questa zona, vi sono anche estreme propaggini di altre famiglie linguistiche.
È questo il caso soprattutto dell'eskimo siberiano, che rappresenta solo la piccola appendice asiatica della famiglia eskimo-aleutina, diffusa tra l'Alaska, il Nord del Canada e la Groenlandia (dove, anzi, una lingua eschimese è ora lingua ufficiale di stato).
Ed è questo, secondo ogni probabilità, anche il caso dello jukaghiro, un tempo considerato lingua isolata, ma oggi abbastanza sicuramente dimostrato (soprattutto grazie ai lavori della linguista russa Tatjana Nikolaeva) essere una componente lontana della famiglia uralica. Lo jukagiro è parlato da una minoranza ormai veramente esigua (nel 1970 il 46,8% dei 615 jukaghiri etnici) in due dialetti isolati tra loro: il wadul, settentrionale, o jukaghiro della tundra, è usato da popolazioni nomadiche tra l'Alazèja e la C^ukoc^'ja (due fiumi minori ad ovest della foce della Kolyma), visualizzato in blu nella tavola precedente; l' odul, meridionale, o jukagiro della Kolyma, è invece parlato più a sudest da popopazioni stanziali lungo due affluenti superiori della Kolyma, Jasac^naja e Korkodon, rappresentato in azzurro; un dialetto affine all'odul, il chuvan era inoltre ancora vivo nell'Ottocento tra la Kolyma e l'Anadyr (cfr. Guy Tailleur, Le dialecte tchouwane du youkaghir, in "Ural-altaische Jahrbücher" XXXIV (1962) 55-99); restano, infine, scarse testimonianze ottocentesche anche di un'altra lingua probabilmente distinta, l'omok (cfr. Guy Tailleur, Les uniques données sur l'omok, langue éteinte de la famille youkaghirienne, in "Orbis" VIII (1959) 78-108). Tutte queste varietà si possono trovare inserite nella classificazione delle lingue uraliche che avevamo proposto nel capitolo sull'Uralico.

Il gruppo solo locale di lingue più articolato ed in migliore stato di conservazione è la famiglia luoravetlica, come detto in base alla autodenominazione di alcune delle sue popolazioni (chukchi e korjaki); l'altro più frequente nome, ben più ingombrante, è quello di "chukcho-kamchadalo".
Si tratta di una piccola famiglia linguistica costituita da quattro lingue (secondo taluni tre, secondo altri più), tra cui il chukchi è la più florida (parlata dal 82,6% dei 13597 chukchi etnici nel 1970), mentre i dialetti kamchadali (itelmen; secondo taluni lingue autonome) sono tutti estinti tranne l'occidentale, comunque anch'esso allo stato terminale. Si tratta di lingue con armonia vocalica e morfologia prevalentemente agglutinante (come le altaiche, dunque), ma con sintassi ergativa (come le lingue del Caucaso): il chukchi, anzi, è considerato una delle lingue più rigorosamente ergative del mondo.


La classificazione delle lingue luoravetliche

[tav. 3]
Una delle possibili classificazioni delle lingue luoravetliche: basato su D. S. Worth, La place du kamtchadal parmi les langues soi-disant paléosibériennes, in "Orbis" XI (1962) 579-599.


Un poco più a nordest, tra Sakhalin ed il Giappone, troviamo altre due importanti lingue isolate, il nivkh e l'ainu:


L'ainu ed il ghiliako

[tav. 4]
La massima estensione ricostruibile per le lingue ghiljache ed ainu. Adattato da James Patrie, The Genetic Relationship of the Ainu Language, The University Press of Hawaii, 1982, p. 54.

Il nivkh (autodenominazione nel dialetto dell'Amur; o ghiljaco nella denominazione russa), oggi ("ieri", in realtà, perché i dati che ho risalgono al 1970!) è parlato dal 49,5% dei 4420 ghiliachi etnici. I due dialetti principali, uno occidentale, parlato sul basso corso dell'Amur (che fu alla base negli anni '30 di un'effimera lingua letteraria, dapprima in latinica e poi dal 1953 in cirillica), ed uno orientale, parlato nell'isola di Sakhalin, sono in realtà due lingue diverse, strettamente relate ma mutuamente non comprensibili. Un terzo dialetto, nel Nord di Sakhalin, è una varietà di transizione tra le due principali.

Immediatamente a Sud, l'ainu, partendo dalla ancora "siberiana" Sakhalin ci porta direttamente in Giappone, con la cui storia è inestricabilmente legato: la sua estensione originaria, infatti, andava da Sakhalin meridionale, a parte delle isole Kurili, tutta Hokkaidô e la parte settentrionale di Honshû (come prova la toponomastica). Dei tre dialetti principali (Sakhalin, Hokkaidô e Kurili settentrionali), quello delle Kurili era già estinto negli anni Trenta, la scomparsa di quello di Sakhalin data agli anni Sessanta, e gli ultimi parlanti di Hokkaidô stanno ormai rapidamente scomparendo anch'essi.


I dialetti ainu

[tav. 5]
I dialetti ainu: Sakhalin (N, C e S), Kurili e Hokkaidô (N, E, CS, SE). Adattato da Kirsten Refsing, The Ainu Language. The Morphology and Syntax of the Shinuzai Dialect, Aahrus, Aarhus University Press, 1986, pp. 53-54, basato in uktima analisi su Asai Tôru 1974.

Il problema delle origini dell'ainu è stato sempre circondato da un discreto alone di mistero anche per via della differenza razziale (più marcata antropometricamente che geneticamente) rispetto alle popolazioni circostanti. Dato il coinvolgimento anche con la protostoria del giapponese, ne avevamo già discusso parlando delle origini del giapponese (cfr.). Non aggiungo ulteriori dettagli: comunque i giapponesisti troveranno un'ampia trattazione nel libro di Shibatani.


2.6.2 Il Sud(est) "austrasiatico": kadai, miao-yao, mon-khmer e munda.


Se nel Nordest dell'Asia ci confrontiamo solo con pochi resti linguistici, rimasti estranei alla generale progressiva "altaicità" dell'area, ed ormai strangolati dall'invasione russa, sicché la nostra incapacità a svelare efficaci connesioni genealogiche è anche giustificata dagli enormi buchi di documentazione che abbiamo, nel Sudest asiatico la situazione è simile solo nel presentarci con un certo numero di famiglie linguistiche di problematica affiliazione, ma è diversissima sotto tutti gli altri rispetti. Queste famiglie (essenzialmente tre: kadai, miao-yao e mon-khmer) comprendono tutte numerosissime lingue, alcune non ancora studiate, ma altre ben note, con molti parlanti e ricca tradizione scritta, come il thai, il lao ed il khmer.
Una caratteristica comune, inoltre, a quasi tutta l'area del Sudest asiatico (con l'eccezione del vietnamita, austronesiano, scritto originariamente in sinogranmmi ed oggi in latinica) è l'uso di scritture di origine indiana, derivate dal sillabario brahmi (allo stesso modo della nagari del sanscrito e della maggior parte delle scritture dell'India) attraverso una sua modifica avvenuta nell'India meridionale e diffusa dal prestigio e dalle attività commerciali della dinastia Pallava (VIII secolo d.C.): per la brahmi e per la sua diffusione nel Sudest asiatico cfr. il paragrafo sulla brahmi nel capitolo sulle scritture. Nonostante alcune di queste scritture siano molto "difficili", tanto per complessità di funzionamento quanto per inadeguatezza sincronica (essendo scritture "storiche") come è ad es. soprattutto il caso della grafia khmer, avere a disposizione documentazioni in scritture fonografiche anziché logografiche (come in tutte quelle del tipo del cinese) è un indubbio vantaggio per il linguista che voglia studiare, tassonomicamente e storicamente, studiare questi gruppi di lingue.

I problemi della classificazione genealogica del Sudest, sono dunque molto legati al relativamente giovane stato della ricerca dell'area, unito alla oggettiva difficoltà di molte lingue ed a situazioni etnologiche (molte lingue sono tuttora "selvagge") o politiche (basti ricordare gli orrori perpetrati dai Khmer rossi in Cambogia, e tutti i conflitti che hanno insanguinato l'area) tutto fuorché ottimali: a differenza del Nordest, dove, tristemente, i giochi sono sostanzialmente ormai fatti e poco progresso è da attenderci, nel Sudest si può ben sperare che la nostra visione dell'area possa ancora definirsi meglio col progresso degli studi.
In effetti, molto è già cambiato nell'ultimo mezzo secolo, ad es. con la sottrazione del thai (e delle sue lingue immediate cognate) e delle lingue miao-yao al cinese, con la scoperta del gruppo kam-sui e di altre lontanamente relate al thai in Cina e la definizione della famiglia kadai, e con il collegamento delle lingue mon e khmer. Tutti questi avanzamenti di conoscenza hanno anche portato alla formulazione di ipotesi di connessioni a più largo raggio, più o meno plausibili. Tutte ruotano intorno a due proposte: la prima, partendo dalla ipotesi (dei primi del Novecento) che le lingue mon-khmer siano connesse ad una piccola famiglia isolata dell'India, quella delle lingue munda, in una sovra-famiglia battezzata "austroasiatica", ha esteso il "(macro-)austroasiatico" anche alle altre due famiglie kadai e mom-khmer; la seconda, cara in particolare a Paul Benedict, ha invece insistito su un collegamento tra kadai ed austronesiano (inteso come taiwanese indigeno + maleo-polinesiaco + [nell'ottica di Benedict] lo strato meridionale non-altaico del giapponese); spesso le due ipotesi sono anche state combinate pensando ad un'unica macrofamiglia "austrica". Alcune di queste ipotesi possono eventualmente essere in parte verosimili e degne di essere messe alla prova, ma finora nessuna si può considerare in alcun modo dimostrata: probabilmente sarà necessario un maggiore progresso nella ricostruzione delle singole famiglie prima che si possa fare qualsiasi passo avanti sulla questione. Al momento attuale, ad ogni buon conto, se ci si vuole limitare a quello che effettivamente si sa e non si suppone, si può solo parlare di cinque famiglie, miao-yao, kadai, mon-khmer, più munda (che tratteremo in questo paragrafo per comodità di presentazione) ed austronesiano (cui accorderemo un paragrafo autonomo).

L'uso, pertanto, che faremo dell'etichetta "austroasiatico" per qualificare questa area linguistica ha quindi lo stesso valore e portata di quello che avevamo accordato a quella di "paleosiberiano" nel capitolo precedente: sono solo qualifiche areali, culturali e storiche, con evidenti vantaggi pratici, ma senza alcuna implicazione genealogica.


kadai, austrasiatico, miao-yao

[tav. 6].
Carta linguistica delle famiglie austroasiatica (munda e mon-khmer), kadai ("daica" = kam-sui e tai) e miao-yao. Le relazioni di questi gruppi tra loro (probabili), con la famiglia sinotibetana (da scartare), e con la austronesiana (poco probabili), sono controverse. Riprodotto da Merritt Ruhlen, A Guide to the World's Languages, Volume 1: Classification, Stanford (California), Stanford University Press, 1987, p.149 149 (su Ruhlen ricordatevi sempre le riserve espresse in calce alla tavola della carta linguistica dell'altaico, ed in generale).


Le lingue miao-yao sono una piccola famiglia linguistica, costituita da una costellazione di dialetti sparsi tra il Sud della Cina (il baricentro complessivo del gruppo è nel Guizhou), Vietnam, Laos e Thailandia.
Le varietà miao-yao sono di solito ricondotte a quattro lingue: il (1) miao (il cui centro è più occidentale, nel Sichuan, con tre gruppi dialettali principali; di questi il "miao nero" hei miao è talvolta considerato lingua autonoma) ed il (2) yao (o "mien", il cui centro è più orientale, nel Jiangxi, con molti dialetti) sono le due lingue che dànno il nome alla famiglia; più affini al yao sono inoltre il (3) punu, e, meno sicuramente (è fortemente influenzata da lingue kadai, tanto da far dubitare della sua "yaoità" originaria), anche il (4) laka.
Sono lingue tonali ed isolanti, il che le aveva ingenuamente fatte collegare al cinese, teoria che oggi nessuno più sottoscriverebbe.

L'individuazione della (macro)famiglia kadai (a partire da lavori di Paul Benedict e Fang-kuei Li dei primi anni Quaranta), e la sua stessa denominazione (Edmondson & Solnit 1988), sono recenti, ed avvenute per gradi.
La prima costituente ad essere individuata è stata la numerosa famiglia daica, costituita dal thai moderno, dal lao e dalle loro affini lingue minori (circa una quarantina soprattutto in Thailandia, Laos e Vietnam, ma anche in Birmania ed Assam settentrionali ed in Cina meridionale; sono tutte lingue tonali, analitiche, e preponderantemente monosillabiche). Anche se l'individuazione del daico è sempre stata pacifica, ad essere discussa fu soprattutto la sua affiliazione, per la quale si è spesso pensato al sinotibetano (tutte le lingue del gruppo, infatti, sono tonali e prevalentemente monosillabiche). Il più precoce interesse per la famiglia daica è dovuto soprattutto alla presenza di lingue scritte di grande tradizione letteraria, "nazionali" e con grandi numeri di parlanti, come soprattutto i menzionati thai e lao. È comunqe a partire dalla fine degli anni settanta che si dispone di una valida ricostruzione del proto-tai (Fang-kuei Li, A Handbook of Comparative Tai, University of Hawaii Press, 1977).
Nel 1940 Paul Benedict scoprì che alcune lingue ritenute irrelate dei confini centromeridionali della Cina (gelao, laqua e lati) ed una dell'isola di Hainan erano invece tra loro relate in un gruppo che chiamò kadai (componendo i termini per 'uomo' in alcune di quelle lingue), che nel 1942 collegò alla stessa famiglia del thai. L'anno dopo Fang-Kuei Li individuò un altro gruppo di lingue nella Cina del Sud, che chiamò kam-sui (in base ai nomi di due lingue del gruppo), e stabilì che erano una famiglia affiliata sullo stesso piano di quella del thai, per la quale introdusse il termine di kam-tai. Dagli anni Quaranta ad ora si è progredito moltissimo nello studio di queste lingue, ma i capisaldi dell'ipotesi genealogica sono rimasti validi, con l'unica eccezione che non si pensa più che le lingue che Benedict raggruppava nel suo "kadai" costituiscano un gruppo autonomo (anzi, sono rami indipenenti da kam-sui e daico), e si è usato il termine "kadai" per l'intiera famiglia.


Stammbaum delle lingue kadai

[tav. 7]
La classificazione delle lingue kadai, con particolare attenzione alle lingue "extra-tai": rappresentazione arborescente e dati geografico-demografici (aggiornati al 1982) in base a Comparative Kadai: Linguistic Studies beyond Tai, edited by Jerold A. Edmondson and David B. Solnit, Dallas - Arlington, Summer Institute of Linguistics - University of Texas at Arlington, 1988. Mi discosto da Edmondson & Solnit solo nel preferire come nome per la famiglia che comprende il "thai" (con la acca) anziché "tai" (senza la acca), più corretto ma poco perspicuo, il meno accurato ma più chiaro "daico". Ho fornito i dati più completi a mia disposizione sulle lingue "extra-thai" per rendere possibile una valutazione oggettiva di che cosa di solito si intende per "lingue minori" nel Sudest asiatico (confrontate ad esempio i dati demografici con quelli dell'area "paleosiberiana" ...).


È prevedibile comunque che vi saranno presto nuovi progressi: tutte le lingue "extra-tai", come talora vengono chiamate, sono lingue orali (con l'eccezione del sui, che ha una propria, problematica, scrittura a base di caratteri siniformi, usata prevalentemente per scopi segreti o rituali), a volte di culture relativamente "primitive", e spesso ancora bisognose di descrizione. Accanto alla maggioranza di lingue orali, va comunque ricordato che il thai ed il lao (ed anche qualche altra lingua daica minore) hanno una tradizione letteraria antica ed illustre su cui basarsi, e, circostanza assai favorevole per i linguisti, non usano scritture logografiche alla Cinese.

La famiglia mon-khmer è un vasto raggruppamento di lingue (c. 65) che si estende su un territorio molto ampio: dalla maggior parte del Laos e della Cambogia con il grosso delle lingue, tra cui il khmer (prestigiosa ed antica lingua letteraria, con un complicatissimo sillabario derivato dalla brahmi, oggi "nazionale" in Cambogia), alla Birmania meridionale, dove è geograficamente isolato il mon (altra lingua letteraria dalla ricca storia, scritto oggi nello stesso sistema sillabico del birmano; sulla lingua mon si può anche vedere un interessante sito dell'Albany University), alla Cina del Sud (con alcune "lingue minori"), all'India (stato di Meghalaya, a Nord del confine con il Bangladesh) dove è parlato il khasi (c. 480.000 persone in India più 50.000 in Bangladesh: dati del 1961; cfr. Kamil Zvelebil, The Languages of South Asia. A Guide, London - Boston - Melbourne - Henley, Routledge & Kegan, 1982, pp. 178-180), ed alle isole Nicobaresi, dove è lingua ufficiale dei c. 18.000 abitanti il nicobarese, scritto in alfabeto latino, che sembra pure più lontanamente relato al gruppo.
La ricostruzione del proto-mon-khmer e lo studio della complessa articolazione interna del gruppo non è progredita come quella delle lingue kadai (e molte lingue sono ancora non investigate), anzi propriamente non si può neppure parlare di stretta dimostrazione della sua unità genealogica, che pure pare difficilmente dubitabile.
Pur nella mancanza di un proto-mon-khmer su cui fondarsi, si è spesso sostenuto, a partire da Schmidt nel 1906, che esiste una netta relazione genealogica con le lingue munda dell'India; il (macro)gruppo così ipotizzazato è stato chiamato "austroasiatico", ed ha costituito il cuore centrale su cui si è sviluppata l'ipotesi austroasiatica di cui abbiamo parlato all'inizio del capitolo. Anche in questo caso, naturalmente, nessuna vera dimostrazione esiste del legame, ed è meglio prudentemente farne a meno, anche se col progresso dello studio delle lingue mon-khmer la situazione potrebbe radicalmente cambiare.

Le lingue munda (/nd/ sono retroflessi ed /a/ è lunga: nella trascrizione scientifica i primi sono resi con il punto sottoscritto, la seconda con il macron; per evitare codifiche problematiche con browsers vecchi, possiamo qui traslitterare /mun,d,â/) sono una famiglia isolata dell'India centrale, che era stata riconosciuta gia nel 1857 dal glottologo Max Müller: prima le lingue munda erano state prese per dravidiche, cosa comprensibile dato che sono fittamente intrecciate negli stessi territori delle lingue dravidiche centrali, che etnologicamente i loro parlanti sono molto simili a quelli delle lingue dravidiche dell'area, e che la presenza di entrambi i gruppi (quali che siano le loro relazioni) sicuramente precede la indoeuropeizzazione dell'India.
Le lingue munda attualmente conosciute (alcune minuscole lingue tribali, parengi, bonda (bon,d,a) e didey (d,id,ey), sono state scoperte ancora negli anni Sessanta nell'estremità meridionale del Karaput) sono circa una decina e, globalmente, hanno circa sei milioni e mezzo di parlanti. «Socially and economically, the Munda languages are among the most backward in India. They live on hill-tops and in forests, surrounded by the Indo-Aryan speaking population occupaying the plains» (Kamil Zvelebil, 1982 cit., p. 170-1). La lingua più cospicua del gruppo è il santali (santâlî), con circa 3,7 milioni di parlanti (nessuna delle altre raggiunge il milione). Nessuna lingua ha sviluppato uno standard scritto.


Le lingue munda

[tav. 8]
Le lingua munda nell'India centro-orientale, immerse tra lingue indoarie e dravidiche centrali. Adattato da Kamil Zvelebil, The Languages of South Asia. A Guide, London - Boston - Melbourne - Henley, Routledge & Kegan, 1982, p. 231.

L'unità genealogica del gruppo è sicura, nonostante non si sia ancora prodotta una ricostruzione vera e propria del protomunda (causa anche la scarsa conoscenza delle lingue minori); la connessione, macro- o micro-austroasiatica (con le sole lingue mon-khmer) che sia è per ora indimostrabile.
Le lingue munda, tra l'altro, hanno anche caratteristiche abbastanza diverse dalla media "indocinese" delle altre famiglie cui sono state accostate (relativamente più simile è semmai la situazione in dravidico): assenza di toni, armonia vocalica, abbondanza di consonanti retroflesse, morfologia fortemente agglutinante (con catene fino ad una dozzina di affissi), quasi polisintetica. Questi aspetti, naturalmente, possono essere dovuti a ragioni areali (ho sottolineato le convergenze con il dravidico) e non sono in sé pregiudiziali ad una affiliazione "austroasiatica", ma certo contribuiscono a rendere difficile la comparazione (una corretta discriminazione tra radici e morfemi affissi negli elementi che si sottopongono alla comparazione è essenziale per la buona riuscita del metodo: ricordate il caso, emblematico, del fallimento della comparazione tra hurrico e caucasico nordorientale?)


2.6.3 Il Sud oceanico: austronesiano.


La grande famiglia austronesiana ha una distribuzione immensa, comprendendo la maggior parte delle isole dall'Oceano Indiano al Pacifico, ossia praticamente dall'Africa (Madagascar) alla Nuova Zelanda al Perù (Isola di Pasqua), con al centro la Malesia, buona parte dell'arcipelago Indonesiano, le Filippine e Taiwan, con quasi un migliaio di lingue diverse per 180 milioni di parlanti; alcune delle lingue sono molto grandi (i.e. con molti parlanti), e con tradizione scritta anche antica (malese-indonesiano, vietnamita, cham, tagalog-pilipino, giavanese ...), altre molto piccole ma ugualmente standard e ben note (ad es. hawaiiano), e moltissime altre semplicemente ancora da studiare. Nonostante l'enorme dispersione la famiglia è relativamente uniforme (più del sinotibetano o dell'indoeuropeo stesso), ed è stata una delle prime ad essere individuata. È l'articolazione interna, semmai,ad essere discussa: certo è che tutto il blocco maleo-polinesiano si contrappone alle poche rimanenze delle lingue indigene di Taiwan, che (siano da raggruppare in una sola famiglia o piuttosto in tre) hanno una importanza capitale per la ricostruzione del protoaustronesiano; sicura è anche una divisione linguistica tra l'Indonesia occidentale e l'orientale; probabile, infine l'unità del gruppo oceanico-orientale, al cui interno le lingue polinesiane sono un raggruppamento sicuro (sembrano quasi un cluster di dialetti), mentre la posizione delle lingue della Melanesia e della Micronesia è meno evidente. Dato l'elevato numero di lingue, comunque, una ricostruzione completa ed onnicomprensiva della famiglia non è ancora stata fatta, mentre lo è stata per molti singoli gruppi.


Le lingue austronesiane

[tav. 9]
Le lingue austronesiane, dal Madagascar all'America via oceano Indiano e Pacifico. Le lingue indigene di Taiwan da sole si oppongono al grande gruppo maleo-polinesiano; le lingue polinesiane sono un gruppo molto omogeneo, tipo lingue romanze. Adattato da Merritt Ruhlen, A Guide to the World's Languages, Volume 1: Classification, Stanford (California), Stanford University Press, 1987, p. 160.


Il primo, germinale, riconoscimento della unità genealogica maleo-polinesiana, o meglio di alcune sue costituenti, è fin precedente a quello dell'uralico e dell'indoeuropeo, parendo risalire ad alcune osservazioni fatte nel 1603 dall'olandese Frederick de Houltman sulle somiglianze di malese e malgascio; il gruppo ha avuto anche la fortuna di essere studiato da uno dei più grandi linguisti del primo Ottocento, Wilhelm von Humboldt (1767–1835), sicché non è strano trovare in vecchi testi di glottologia l'affermazione che si tratta di una delle famiglie meglio studiate nel mondo. In realtà, come abbiamo detto, resta ancora molto da fare, anche se la natura monofiletica del raggruppamento è sicura, e singoli gruppi sono ormai ben studiati.

Le lingue indonesiane, in particolare, occidentali ("maleo-polinesiano W" delle isole maggiori dell'Indonesia, Filippine e Malesia) e, meno, le orientali ("maleo-polinesiano C": isole minori dell'Indonesia e Molucche) hanno avuto un trattamento di riguardo in virtù soprattutto della antichità e diffusione della scrittura. Con l'eccezione del vietnamita, in cui è ufficiale dal 1910 (ma la sua elaborazione risale al 1651) una scrittura latinica che ha soppiantato la scrittura cinese, si tratta sempre di forme localizzate della tipizzazione Pallava della brahmi di cui abbiamo già spesso parlato (diffusa nel VIII secolo d.C. in tutto il Sudest asiatico a partire dall'India meridionale: cfr. il paragrafo sulla brahmi nel capitolo sulle scritture). Queste caratterizzazano ab antiquo non solo le grandi lingue letterarie del passato (giavanese, balinese, batak, rejang, buginese), oggi oscurate dall'indonesiano standard (lingua nazionale basata su un dialetto malese), ma anche un largo numero di lingue minori, nelle quali la diffusione della scrittura era capillare come raramente in altre aree. Oggi tutte queste antiche scritture hanno spesso lasciato il passo alla latinica (ad es. nel tagalog ufficiale nelle filippine e nell'indonesiano, "bahasa indonesia", propriamente un dialetto malese, ufficiale in Indonesia) od alla arabica (causa la progrediente islamizzazione dell'area), ma sopravvivono ancora per usi speciali, a volte per noi abbastanza curiosi.
Un esempio di ciò può essere offerto dal hanunóo dell'isola di Mindoro (Filippine), dove la scrittura tradizionale (lo standard nelle Filippine è ormai la latinica) è usata prevalentemente per scrivere poesie d'amore: la poesia ed il corteggiamento sono infatti il centro della vita sociale tradizionale hanunóo (e di simili culture in altre isole dell'area), sicché essi hanno un alfabetismo "tradizionale" altissimo (sopra il 70%), accompagnato da un analfabetismo "nazionale" in tagalog-latinica altrettanto alto (una situazione abbastanza simpatica ...).

Particolarmente interessante, da un punto di vista generale, è il caso delle lingue polinesiane, dato che lo schema dei raggruppamenti delle varie lingue (cioè i loro rapporti genealogici) segue abbastanza fedelmente il modello diffusionale delle rispettive popolazioni, come messo in luce dalle datazioni archeologiche al radiocarbonio:


la diffusione delle popolazioni plinesiane

[tav. 10]
Schema della diffusione delle popolazioni della Polinesia: i primi abitanti arrivarono a Tonga dalle Figi intorno al 1200 a.C.; una prima espansione raggiunse le isole Marchesi nel 300 d.C; una seconda espansione raggiunge la poninesia orientale, l'isola di Pasqua nel 400 d.C e le Hawaii nel 500 d.C.; la nuova Zelanda è raggiunta nell'800 d.C; vi sono tracce di una terza, più discussa e recente, dispersione secondaria. Riprodotto da Colin Renfrew, Archeology and Language. The Puzzle of Indo-Europeans origins, London, Jonathan Cape, 1987 (trad it. Archeologia e linguaggio, Roma - Bari, Laterza, 1989, p. 316 (basato su The Prehistory of Polinesia edited by J. D. Jennings, Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1979).

Il gruppo di più capitale importanza dal punto di vista storico-comparativo è quello delle lingue aborigene di Taiwan (individuato già da J. H. Klaproth nel 1822). Taiwan, infatti, è stata ripopolata dai cinesi a partite dal XV secolo d.C., ma comprende(va) ancora una ventina di lingue aborigene, minoritarie e ristrette alle zone interne dell'isola, tutte senza scrittura; alcune si sono recentemente estinte ed altre sono in serio pericolo di estinzione. Costituiscono tre famiglie, denominate in base alla lingua principale di ogni gruppo, cioè paiwan (c. 37.000), tsou (c. 3.200) ed atayal (c. 40.000). Si è talvolta supposto che l'Urheimat di tutta la famiglia austronesiana fosse proprio Taiwan.

In genere le austronesiane sono lingue con sistemi fonologici molto semplici (lo hawaiiano, ad esempio, ha solo 8 consonanti: /p k ' h w m n l/, ed il samoano ha 15 fonemi in tutto, / p t g ' f s m n l a e i o u /) e struttura sillabica molto ridotta (di norma solo CV); perlopiù non sono tonali; tipico di tutta la famiglia è l'uso sistematico della reduplicazione (ad es. per marcare il plurale), e la presenza oltre che di prefissi e suffissi anche di infissi (per fare un esempio famoso, in quanto usato da Sapir, Language, New York, Harcourt & Brace, 1921, trad. it. Il linguaggio, Torino, Einaudi, 1969, p. 73, in bantok gorot «un -um- infisso è caratteristico di molti verbi intransitivi con suffissi pronominali personali, come sad- 'aspettare', sumid-ak 'io aspetto'; kineg 'silenzioso', kuminek-ak 'sto silenzioso'») e di ambifissi o, come a volte sono detti, confissi (ad es. in gayo [Sumatra N] ke--en è un ambifisso che forma nomi astratti: keber 'news' > kekeberen 'history, story' - cfr. Giulio Soravia, A Sketch of the Gayo Language, Catania, Gruppo linguistico catanese, 1988]).


2.6.4 Il Sud indiano: dravidico.


Le lingue dravidiche costituiscono una specificità del subcontinente indiano: fuori dell'India sono rappresentate solo in Sri Lanka (tamil) ed in Pakistan (brahui), ma in India sono seconde per numero di parlanti solo alle lingue indoarie.
Oggi il loro centro è nel Sud dell'India, dove si trovano le quattro grandi lingue ufficiali. Il tamil (in traslitterazione accurata la elle andrebbe sottolineata, in quanto è una laterale fricativa anziché approssimante) nello stato di Tamil Nadu ed in Sri Lanka, con i suoi 61 milioni circa di parlanti, almeno due millenni di storia ed una ricchissima e prestigiosa letteratura, è la più importante. Ma non meno antiche ed importanti sono il malayalam (malayâl,am) nello stato di Kerala, con 34 milioni, derivato dal "tamil antico" allo stesso modo del tamil moderno alla fine del X secolo d.C., il kannada (kannad,a) o kanarese nello stato di Karnataka, con c. 37 milioni di parlanti ed una letteratura che risale al X secolo d.C., ed il telugu nello stato di Andhra Pradesh e zone limitrofe, con c. 62 milioni, attestato a partire dall'XI secolo d.C. e con una fiorente letteratura sia antica sia moderna.


Le lingue dravidiche

[tav. 11]
Le lingue dravidiche nel Sud dell'India (le grandi lingue letterarie e di cultura: tamil, telugu, kannada, malayalam), nel centro dell'India (le lingue minori: cfr. più in dettaglio la mappa delle lingue munda, con le quali sono inestricabilmente intrecciate), ed in Pakistan (brahui). Adattato da Kamil Zvelebil, The Languages of South Asia. A Guide, London - Boston - Melbourne - Henley, Routledge & Kegan, 1982, p. 231.


L'articolazione della famiglia è abbastanza chiara: ad un gruppo S, compatto sincronicamente e storicamente (la sola lingua non letteraria, oltre alle 4 lingue nazionali, è il tulu, c. 1 milione di parlanti nello stato di Mysore) si contrappone un gruppo C, fortemente ridotto e sfaldato, commisto a lingue munda, evidentemente residuale (sono 11 lingue, tutte orali, ripartibili in tre gruppi, di ognuno dei quali cito almeno una lingua rappresentativa: CW, con il gondi (gôn,d,î), che con i suoi 3 milioni di parlanti sparsi tra Madhya Pradesh e Maharshtra, è la più grande; CS, con il parji (parjî), c. 44.000; E con il malto, c. 90.000 nello stato di Bihar) ed un ancor più residuale gruppo N, con l'isolato brahui (brâhûî), parlato da c. 500.000 semi-nomadi nelle regioni montagnose del Baluchistan in Pakistan.

Storicamente, non v'è dubbio che le lingue dravidiche predatino in India l'ingresso delle lingue indoarie, dalle quali sono state soppiantate nel Nord ed erose nel Centro, attestandosi nel Sud. Dubbio è invece che siano davvero lo strato più nativo dell'India (un altro gruppo, in effetti, che sembra essere stato eroso tanto dall'indoario quanto dal dravidico, è quello delle lingue munda). Tentativamente, al dravidico sono state ricondotte le lingue di alcune antiche civiltà scomparse del Medio Oriente come quella della cultura della valle dell'Indo (Harappa e Mohenjodaro), tuttora non decifrata (ma con una distribuzione dei grafemi tale da fare supporre una struttura morfologica simile a quella dravidica), il sumerico (con voli molto fantastici) e l'elamico: se questo fosse vero, farebbe propendere per una origine "settentrionale" anche per il dravidico, ma, appunto, al momento attuale sarebbe costruire castelli sulla sabbia. Più probante è il considerevole numero di radici comuni tra dravidico ed indoeuropeo ed, ancor più, tra dravidico ed uralico, che (senza necessariamente volare subito a speculare di difficilmente dimostrabili macro-unità genealogiche) portano ad immaginare dei contatti avvenuti, plausibilmente, in un'area più a Nord dell'India.

La ricostruzione del protodravidico, infatti, ha raggiunto ormai (soprattutto dopo i lavori di M. B. Emeneau) un notevole grado di perfezionamento (sono disponibili grammatiche e dizionari ricostruiti), e la monofileticità del gruppo non è mai stata realmente messa in discussione. Semmai la tendenza è sempre stata quella di cercare legami genealogici con altri gruppi, spesso sconfinando nell'implausibile (ad es. giapponese) o nel fantastico (basco, of course, ecc.).
Nonostante l'elevato numero di prestiti ed influssi da parte del sanscrito, la struttura grammaticale delle lingue dravidiche è infatti abbastanza uniforme e caratteristica, cosa che ne facilita la comparazione: struttura sillabica semplice, assenza di toni, presenza di retroflesse (la cui diffusione in tutte le lingue dell'India è probabilmente da imputare proprio al dravidico) tra cui una fricativa laterale, scarse tracce di armonia vocalica (influsso munda?); morfologia fortemente agglutinante; sintassi SOV abbastanza rigida.


2.6.5 Tra Vicino Oriente ed Occidente indiano: sumerico, elamico e burushaski.


Dal panorama che abbiamo tracciato restano fuori ancora poche lingue isolate.
Si tratta prevalentemente di due lingue estinte del Medio-Oriente antico. La prima è il sumerico (di cui abbiamo già ogni tanto parlato, in quanto è la cultura più antica a noi nota ad aver fatto uso della scrittura), usato tra il 3.200 ed il 1950 c. (inizio dell'era antico babilonese; il sumerico continua in realtà ad essere scritto anche in seguito, come lingua morta, culturale). Il sumerico è la cultura seminale di tutto il Vicino oriente antico (un po' come la cultura olmeca nella Mesoamerica e quella greca nel nostro Occidente classico), ed il suo influsso si protrarrà ben oltre la sua scomparsa.
L'altra, l'elamico, è la lingua di una civiltà durata quasi tre millenni nell'Iran centromeridionale, il cui impero aveva capitale a Susa. In realtà dovremmo più correttamente parlare di due lingue, un protoelamico (c. 3.000-2.000 a.C.) tuttora non decifrato, ed un successivo medio-elamico (XIII - VII secolo a.C.), in scrittura cuneiforme, sostanzialmente continuato dal neo-elamico di epoca achemende(VI-IV sec. d.C.). L'elamico proprio riusciamo abbastanza a leggerlo, forti anche della presenza di bilingui, come la grande iscrizione trilingue (antico persiano - accadico - elamico) di Dario I (521-486) a Bisutun.
A queste va aggiunta la lingua, non decifrata, della "scrittura dell'Indo", espressione della cultura della valle dell'Indo, i cui centri principali erano Harappa e Mohenjodaro (c. 3000 a.C. - 1800 a.C.).


La cultura dell'Indo.

[tav. 12]
I siti archeologici della cultura della valle dell'Indo. Adattato da Colin Renfrew, Archeology and Language. The Puzzle of Indo-Europeans origins, London, Jonathan Cape, 1987 (trad it. Archeologia e linguaggio, Roma - Bari, Laterza, 1989, p. 210.


L'unica lingua moderna, invece, di impossibile affiliazione è il burushaski. Si tratta di una lingua assai singolare, isolata in una zona montagnosa e poco accessibile del Kashmir pakistano (Karakorum occidentale), e con circa 40.000 parlanti (la sua collocazione geografica è indicata, ad esempio a margine della cartina delle lingue jeniseiane). Nonostante sia stata molto studiata, a partire dai classici studi di D. L. R. Lorimer (1876-1962), continua a porre seri problemi descrittivi, ed a resistere ai tentativi anche dei comparativisti più spregiudicati.


2.6.6 Le frange: Papua ed Australia.


I confini tra Asia ed Oceania, come quelli tra Europa ed Asia, non sono certo netti, e siccome in Oceania siamo già dovuti sconfinare per trattare delle lingue austronesiane, per esaurire in modo completo la nostra presentazione dovremo fare almeno un breve accenno alle due aree rimaste finora fuori dalla nostra trattazione: Papua o Nuova Guinea (con alcune delle finitime minori isole dell'Indonesia orientale e della Melanesia occidentale) e l'Australia.

L'area di Papua (Nuova Guinea) è in effetti l'area con maggiore diversità linguistica del mondo (fin superiore ai casi che avevamo già visto del Caucaso o dell'Oaxaca nel Messico): vi sono infatti circa 750 lingue ancora parlate che non appartengono ad altre famiglie note, più un numero più modesto di lingue austronesiane e di creole. L'etichetta di "lingue papua", però, riflette solo una nozione areale, dato che genealogicamente, allo stato attuale, si sono potute ricostruire solo una trentina di piccole famiglie, tra loro irrelate, ed un enorme numero di lingue restano isolate o semplicemente non ancora studiate (l'ambiente è selvaggio, molte aree sono ferme all'età della pietra, ed il cannibalismo è relativamente ancora diffuso ...): raggruppamenti à tout faire come l' "indopacifico" di Greenberg e Ruhlen sono per ora solo favole.
L'unica caratterizzazione linguistica delle "lingue papua", pertanto, è negativa: non sono manifestamente lingue austronesiane (anche superficialmente: sono in genere lingue a verbo finale, con morfologia, prevalentemente agglutinante, estremamente ricca specie nel verbo).

In Australia, invece, all'epoca del primo contatto con gli europei vi erano probabilmente c. 200 lingue, di cui una cinquantina sono ormai estinte, ed un altro centinaio sono sull'orlo dell'estinzione, anche se negli ultimi anni sembra esserci stata un parziale arresto nel processo, dovuto anche all'introduzione di una politica più tutelante.
A differenza che per le lingue di Papua, l'unità genealogica delle lingue australiane sembra abbastanza probabile, anche se una dimostrazione rigorosa non è ancorastata fornita (molte famiglie sono però ormai abbastanza assestate). Quello che è certo è che non esistono collegamenti genealogici fuori dell'Australia.
Si tratta di lingue spesso estremamente complesse, con ricche morfologie e sintassi ergativa. E se non fossimo ormai giunti al termine del nostro tempo e delle nostre forze sarebbe bello sostarvi un poco. Ed invece mi limito, tra la molta bibliografia, a segnalarvi una introduzione classica (un po' invecchiata ma ancora utile): R. M. W. Dixon, The Languages of Australia, Cambridge - London - New York - New Rochelle - Melbourne - Sydney, Cambridge University Press, 1980.