di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).
Per comprendere cosa davvero sia una lingua scritta dobbiamo
rifarci alla tipologia
generale dei linguaggi che avevamo abbozzato nel capitolo quinto. La lingua scritta,
in effetti, è un caso speciale del tipo che avevamo chiamato
metalinguaggio funzionale semplificato
(cfr. la caratterizzazione che ne avevamo data nel § 1.5.1): il linguaggio naturale,
perlomeno dell' Homo sapiens, infatti usa un canale sonoro, orale-acustico
(per brevità lo chiameremo "LO"); la forma scritta di una lingua naturale, orale,
come l'italiano, ad es., ne è propriamente la ricodifica, articolazione per articolazione,
in un canale diverso (e la chiameremo "LS"). Ricordate, infatti, la nozione di
codice
di Cherry in teoria dell'informazione? La codifica deve essere «elemento per elemento
e reversibile». Nel passaggio dall'orale allo scritto il codice della lingua naturale viene
trasformato in un nuovo codice (ricodifica) in osservanza del principio di Cherry:
uno scritto, infatti, può essere riconvertito in orale e viceversa, dato che la ricodifica
avviene elemento per elemento (così in un sistema di scrittura fonografico, come ad es.
- e tra poco vedremo meglio cosa ciò significa - l'italiano, ad un fonema corrisponde
idealmente un grafema, ecc.) e che la corrispondenza tra i due sistemi è univoca.
Naturalmente per i linguaggi, ad es., logici quanto sopra deve essere sempre completamente vero; data la natura dei linguaggi naturali, invece, la completa univocità di corrispondenza tra ogni elemento della LO ed il corrispondente della LS è solamente teorica per varie ragioni: (1) la LS, già per definizione, è un metalinguaggio semplificato, in quanto le lingue naturali, per garantirsi il passaggio dell'informazione anche in condizioni di non ottimalità del canale, codificano anche molte ridondanze, che non necessariamente sono ancora funzionali nello scritto; (2) anche la lingua scritta, pur "artificiale" e "secondaria" nella sua istituzione, tende, soprattutto in società molto alfabetizzate, a svilupparsi e comportarsi come una lingua naturale, acquisendo una propria relativa indipendenza rispetto alla LO di partenza, fino a funzionare quasi come lingua autonoma, con "regole" (grammatica), convenzioni ("generi") e funzioni (testualità) proprie. Tant'è che, ad esempio, già a livello di grammatica, per il francese André Martinet (di cui abbiamo ripetutamente parlato) nella sua Grammaire fonctionelle du français, Paris, Crédif - Didier, 1979, descriveva autonomamente in sezioni distinte la grammatica della LO e quella della LS; per rendersi conto del fatto che la diversità tra LO ed LS in francese sia a livello di grammatica, e richieda trattazioni grammaticali distinte, basti pensare al fatto che, ad es., il verbo nella LO non distingue alcuna persona al singolare, ma almeno due nella LS: si ha cioè LO 1,2,3 /šãt/ vs. LS 1,3 chante e 2 chantes.
Che comunque il principio della decodificabilità, pur con alcune
limitazioni, non venga meno, è ben dimostrato a posteriori dalla possibilità di
decifrazione (decodifica) di lingue dimenticate del passato, di cui ci siano pervenute
solo testimonianze scritte. Gli esempi sono molteplici, e spesso famosi, dalla decifrazione
della scrittura geroglifica dell'egiziano antico da parte del geniale Jean-François
Champollion (1790-1832: la sensazionale riuscita fu comunicata al pubblico il 27 settembre 1822 nella famosa Lettre
à M. Dacier), a quella della scrittura cuineiforme, avvenuta per tappe più complesse
sempre nell'Ottocento, a molte altre. Le operazioni di partenza di ogni buona decifrazione
sono sostanzialmente le stesse con cui si affronta una crittografia qualsiasi (anche
le "parole crociate crittografate" della Settimana enigmistica!), per cui è
essenziale avere a disposizione (1) quantità sufficienti di
testo ("misteri" dell'antichità come il celebre "disco di Festo" sono destinati
certamente a restare tali non fosse che per la scarsità del testo), e poi qualche
"aiuto" esterno per attribuire (2) un primo contenuto
(significato LS>LO) e (3) una prima veste fonica (significante
fonemico LO) alle espressioni (significante grafemico LS: pure stringhe di caratteri
non interpretate) crittograficamente ricostituite, ricostruendole in parole con
significato + significante grafemico definito.
Una decifrazione esemplare, per meglio comprendere il procedimento, è stata, ad
esempio, quella dell'ugaritico, una lingua parlata sulla costa siriana settentrionale
nei secoli XV-XIV a.C. e scritta con un alfabeto cuneiforme. È stato essenziale
(1) il ritrovamento di numerose asce di bronzo con brevi
iscrizioni, e l'intuizione (2) che le iscrizioni
probabilmente contenessero il nome del possessore e la parola 'ascia' medesima: difatti
una serie di 4 caratteri ricorre costantemente in tutte, e sarà la parola per "ascia".
Il passo successivo fu la supposizione (3) che si trattasse,
data l'area e la storia, di una lingua semitica: si provò pertanto
ad interpolare ai 4 grafemi della parola 'ascia' i corrispondenti valori della stessa parola
in una lingua semitica nota, nel caso specifico l'ebraico /grzn/ che difatti ha
solo quattro grafemi, procedendo poi come in ogni crittografia a sostituire
sistematicamente i valori ottenuti, indovinare nuove parole, ricontrollarle sul semitico,
scoprendo che l'ipotesi semitica continua a tenere, risostituire, e così via fino a
decifrazione completa. Certo, la condizione ideale, si sarà intuito, è quella di avere a
disposizione dei testi bilingui o plurilingui (come fu per per il geroglifico e per
il cuneiforme), meglio se con almeno una lingua già nota. Ma anche in condizioni
meno ottimali, l'esercizio, se sostenuti dal rigore ed aiutati da un pizzico di
fortuna, può ugualmente riuscire proprio grazie al carattere di codice della scrittura.
Molto altro vi sarebbe da dire sulle decifrazioni, ma dovremmo essere almeno
riusciti a comprendere l'importanza che riveste, dato che spesso è la nostra unica
chiave d'accesso ad informazioni (non solo linguistiche!) sul passato che ci sarebbero
altrimenti precluse; un buon testo, vecchio ma scientificamente irreprensibile e di facile
ed appassionante lettura, che vi posso segnalare è Johannes Friedrich, La decifrazione
delle scritture scomparse, Firenze, Sansoni, 1973 (traduzione italiana di
Entzifferung verschollener Schriften und Sprachen, Berlin, Springer Verlag, 1966).
Chiarita la natura di codice delle scritture, dovremmo poter
tracciare una mappa dei tipi possibili di codifica usati nel linguaggio scritto.
Nella classificazione proposta da Geoffrey Sampson (studioso che abbiamo già avuto
occasione di menzionare), che qui riproponiamo nella tavola seguente, l'elemento
discriminante è COSA viene ricodificato dalla LO alla LS (stante che la ricodifica
è sempre, per definizione, semplificata e quindi parziale).
[tav. 1]
Classificazione dei principali tipi di sistemi di scrittura.
Tratto da Geoffrey Sampson, Writing Systems, Stanford (California), Stanford
University Press, 1998 [1985], p. 32.
In questa tipologia la prima distinzione è quella tra scritture "linguistiche", ossia codici glottografici (quello che viene ricodificato è effettivamente una lingua naturale) e scritture "non linguistiche" od imperfette, ossia codici semasiografici (rappresentano una serie di concetti, non di per sé riferibili ad una data struttura linguistica). Le scritture imperfette, non ci forniscono nessuna informazione linguistica, e propriamente non sono "decifrabili" (anche se possono ugualmente riuscire a veicolare informazioni): cfr. il capitolo successivo con l'esempio degli annali sioux.
Limitandoci, poi, alle sole scritture "linguistiche", la distinzione successiva è quella tra sistemi logografici vs. fonografici, a seconda che la ricodifica investa piuttosto l'espressione od il contenuto. Ossia, nei termini martinettiani della teoria della doppia articolazione del linguaggio, i sistemi fonografici rappresentano unità di seconda articolazione (significanti), i logografici, invece, unità di prima articolazione (significati). Come vedremo con l'esempio della scrittura cinese, che pure è il sistema logografico più efficente e "puro" usato nel mondo, bisognerebbe però piuttosto parlare di "prevalenza" della prima articolazione, perché in realtà sono ricodificate anche alcune, minori, caratteristiche di seconda articolazione.
I sistemi logografici perfetti, inoltre, sono anche morfemici, ossia codificano non solo l'espressione del significato lessicale ma anche l'espressione di quello morfologico (relazionale), anche se nelle fasi iniziali della creazione di un sistema logografico la codifica è prevalentemente imperfetta e rappresenta le parole non articolate. Questo si può vedere bene dall'es. (preparato da Sampson) presentato nella tavola seguente dove ad una frase della lingua inglese (scrittura fonografica) corrispondono due possibili traduzioni in un sistema inventato, prima logografico morfemico e poi logografico di parola.
[tav. 2ab]
Come una frase della lingua inglese potrebbe essere rappresentata in un sistema logografico
morfemico ed in uno non morfemico. L'esempio è adattato da Geoffrey Sampson, Writing Systems, Stanford (California), Stanford
University Press, 1998 [1985], p. 33-37.
Quanto ai sistemi fonografici (ossia quelli in cui le unità rappresentate dalla grafia sono di seconda articolazione), questi possono essere di vari tipi, a seconda delle distinzioni che rappresentano, ossia delle unità segmentali rappresentate dai grafemi.
Il sistema più analitico potrebbe essere quello di codificare le unità minime, cioè i tratti fonologici distintivi (feature scripts). Che è quello che può avvenire in un metalinguaggio scientifico linguistico scritto come, cfr. l'esempio della tavola seguente, quello della fonologia binarista di Jakobson. Nelle scritture "naturali", però, sistemi "scientifici" di questo tipo non sono mai usati con l'unica, sbalorditiva, eccezione del "simil-sillabario" hankul koreano, che studieremo più approfonditamente tra poco.
[tav. 3]
La parola inglese "cat" nel metalinguaggio della fonologia binarista di Jakobson.
Tratto da Geoffrey Sampson, Writing Systems, Stanford (California), Stanford
University Press, 1998 [1985], p. 40.
L'estremità opposta è occupata dalle scritture sillabiche, ossia dai sistemi che usano come unità grafematica la sillaba. Nei sistemi sillabici "puri" ogni grafema sillabico non è ulteriormente rianalizzabile, ossia non vi sono somiglianze sistematiche tra sillabe parzialmente simili (nel hankul koreano i singoli grafemi sono composti in unità sillabiche maggiori, ma restano completamente autonomi: per questo parlavo di "simil-sillabario"). Un buon esempio è quello della "lineare B" usata per scrivere il miceneo. Degno di nota è che molto spesso i sistemi di questo tipo sono evoluti per riduzione di originari sistemi logografici (è questa ad esempio l'origine del sillabario cuneiforme sumerico, poi accadico, e quindi esteso a molte altre lingue del Vicino Oriente Antico, come anche, pur molto diversamente, dei kana giapponesi).
Gli alfasillabari (detti anche "albugida" usando le prime 4 sillabe del sillabario etiopico) costituiscono un altro tipo di scrittura sillabica, meno "pura" in quanto le componenti della sillaba non sono arbitrarie: ogni sillaba è composta da grafi consonantici + grafi vocalici, ma in realtà le vocali non hanno lo stesso status delle consonanti, sono solo dei diacritici alle consonanti, e non sono neppure scritte nell'ordine "fonetico" in cui compaiono nella sillaba; le sillabe senza diacritico vocalico sono considerate come aventi "vocale inerente" (ossia una vocale, in genere /a/, il cui diacritico è zero). È questo il sistema della brahmi indiana, che tratteremo tra poco, dalla quale discendono la nagari usata per il sanscrito e la maggior parte delle scritture dell'India e del Sudest asiatico.
I consonantari od abjad (come sono detti dalle prime lettere dell'alfabeto arabo), sono un sistema quasi alfabetico in cui tuttavia sono rappresentate solo le consonanti. L' "invenzione" dell'alfabeto, attribuita ai semiti, in realtà è solo la creazione di un consonantario (che, in origine, forse era da intendersi come una sorta di alfasillabario in cui la vocale inerente non era distinta), dal quale discendono tanto le scritture arabiche, ebraiche ed aramaiche moderne, quanto (probabilmente tutte o quasi) le scritture alfabetiche. Si noti, tra l'altro, che tra una scrittura arabica od ebraica moderna scritta con i diacritici delle vocali ed un sistema alfasillabico non c'è una reale differenza di principio.
L' alfabeto è invece una "invenzione" avvenuta più di una volta, sempre a partire dalla medesima partenza del consonantario semitico. In Occidente il merito va attribuito ai Greci, che usando alcune potenzialità del sistema semitico (i grafemi per suoni consonantici con colorazioni vocaliche vengono usati per le vocali che suggeriscono, così alep [?] e yod [j] vengono usati per /a/ ed /i/, ecc.) inventarono il sistema che alla base di tutte le scritture occidentali, tra le quali la "latinica" è ormai diffusa mondialmente.
[tav. 4]
Adattamento del consonantario fenicio nell'alfabeto greco.
Adattato da Pierre Swiggers, Transmission of the Phoenician Script to the West,
in The World's Writing Systems, edited by Peter T. Daniels and William Bright,
New York - Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 262.
Non va però dimenticato che anche i turchi uiguri occidentali della Transoxiana crearono anche loro un "alfabeto", la scrittura "uigurica", che sarà fondamentale nell'Asia centrale ed orientale, e che darà origine a scritture importanti come quella del mongolo classico e del mancese imperiale (e sarà storia che tratteremo nel capitolo della prossima sezione dedicato alle lingue altaiche, vedendone anche alcuni piccoli esempi). Il punto di partenza, in questo caso, è stato uno sviluppo più tardo della semitica, la scrittura aramaica usata nell'impero persiano Achemenide, attraverso una serie di adattamenti medio-iranici, culminati nella scripta sogdiana. L'edificazione di questo "alfabeto", però, è stata meno sistematica e più graduale di quella del greco, ed anche il risultato è in qualche modo più anomalo: vi sono molti nessi poligrafematici obbligatori; la scrittura è legata, ed ogni grafema ha varianti posizionali obbligatorie (alla stessa maniera della scripta arabica, che pure si è sviluppata indipendentemente a partire da una base "sorella", ossia sempre figlia dell'aramaica).
Un'ultima osservazione. Abbiamo parlato di corrispondenze univoche tra unità della scrittura (grafemi, logogrammi) ed unità della lingua (fonemi e sillabemi, lessemi e morfemi). In realtà queste sono condizioni ideali, rispetto alle quali quasi tutte le scritture storiche presentano un numero più o meno elevato di eccezioni. Le "eccezioni", infatti, sono in funzione della storia stessa della lingua in questione: la scrittura, in effetti, cambia meno facilmente e rapidamente della lingua; per cui, ad esempio, una scrittura come quella francese, che rappresentava coerentemente la lingua francese medievale, oggi che il francese è molto cambiato ha con esso una corrispondenza molto più indiretta: cette fois 'questa volta' in antico francese valeva, regolarmente ['tsette 'fois] e non [cet 'fwa] come oggidì. A pagina 81 del manuale di Graffi-Scalise è riportata un'utile tavola delle "incoerenze" dell'italiano, ossia delle corrispondenze imperfette tra grafemi e fonemi; riuscireste a fare uno schema del genere per un'altra lingua che conoscete?
Un caso particolare di operazione di decodifica - ricodifica
scritta è quella che attuiamo quando trasferiamo un testo da una scrittura ad un'altra.
Se, infatti, già la scrittura in sé è un metalinguaggio, sfruttando la sua natura
di codice, possiamo compierne anche un'ulteriore elaborazione: si tratta di un'operazione
apparentemente complessa ma che facciamo molto spesso, ad esempio quando dobbiamo
riportare nomi e toponimi stranieri nella nostra lingua.
In realtà bisogna distinguere tra due operazioni diverse a seconda che l'oggetto
della decodifica e ricodifica nella LS2 (lingua scritta finale) sia l'espressione
della lingua scritta (LS1) o della della lingua orale (LO1) di partenza. Nel primo
si parla di traslitterazione, nel secondo caso di trascrizione.
Trascrizione e traslitterazione hanno importanti funzioni scientifiche anche al di
là delle numerose applicazioni pratiche nella vita linguistica quotidiana (si pensi ad es.
a quante varianti hanno di solito nei giornali i nomi di personaggi politici stranieri,
od a come tanti prestiti siano entrati in italiano veicolati dalla scrittura).
[tav. 5]
Il nome dell'ultimo presidente dell'URSS in originale cirillico, traslitterazione
scientifica, e trascrizioni nazionali (italiana, inglese, tedesca, francese) ed
internazionali (alfabeto fonetico internazionale). Si notino la quantità di varianti
e confusioni presenti già solo nella stampa italiana (dove alla fine ha di solito
prevalso la resa all'inglese). La trascrizione IPA è fonetica: la "a rovesciata"
trascrive la vocale centrale medio-bassa non arrotondata che in russo è l'allofono neutralizzato
in posizione pretonica dei fonemi /a/ ed /o/.
Per la traslitterazione, ad esempio, potete guardare i vari sistemi
per la resa in latinica del hankul koreano (cfr. i due paragrafi dedicati al koreano,
a proposito della scrittura
e della lingua),
e per l'uso contrastivo di trascrizione e traslitterazione alla analisi della
iscrizione micenea che
troverete poco più avanti.
Un sistema fondamentale di trascrizione è l' "International Phonetic Alphabet" usato
per poter rendere i suoni di qualsiasi lingua con un unico consensuale sistema di
riferimento, indispensabile per ogni livello di studio delle lingue. Non riproduco
le tavole dei grafi del sistema perché si trovano già nel manuale di Graffi-Scalise
a p. 75. Aggiungo solo che c'è un recente manuale ufficiale cui eventualmente riferirsi:
Handbook of the International Phonetic Association. A guide to the Use of the
International Phonetic Alphabet, Cambridge - New York - Port Melbourne - Madrid -
Cape Town, Cambridge University Press, 1999 (con files audio
di quasi una trentina di lingue liberamente scaricabili online).
Una sorta di metaesempio è anche il fatto, che qui avverto una volta per tutte, che in queste pagine web ho traslitterato con caratteri convenzionali molti caratteri non-ASCI delle trascrizioni e traslitterazioni delle lingue citate, per evitare di usare UNICODE che potrebbe non essere ancora supportato da PC vecchi. Le lettera con la pipa (hachek ceka) sono state rese con C^, quelle con il punto sottoscritto (retroflessione in indologia) con C, , le lunghe segnate con il macron con il circonflesso Â, il primo e terzo tono del cinese mandarino con i numerini 1 e 3 tradizionali in Wade-Giles, la occlusiva glottale con l'apostrofo ' (quando già così nella fonte) o con ?.
I sistemi semasiografici sono una specie di "scrittura non scrittura":
infatti non sono propriamente un metalinguaggio funzionale semplificato di una lingua
naturale, ma un sistema di segnali autonomo, cui può essere agganciata la funzione
mnemonica di narrazioni più linguistiche. In alcuni casi possono eventualmente evolvere
in una scrittura logografica, ma fino a quel momento non esiste nessuna relazione di
cosidica tra lo scritto semasiografico e la lingua di chi lo ha vergato.
Gli esempi sono molteplici, dai trattati ed annali scritti su pelli di bisonte degli Sioux
dell'America del Nord (cfr. tavola), ai quipu degli Incas del Sud America, alle
tavolette rongo rongo dell'isola di Pasqua nel Pacifico (sempreché non si tratti
già di una scrittura logografica di parola, o transizionale tra i due tipi).
[tav. 6]
Gli annali ("Winter Count") degli Sioux Yanktonai di Lone Dog per gli anni 1800-1871. Copia
tratta intorno al 1871 dal tenente H. T. Reed a Fort Sully e Fort Rice di una pelle di bufalo
oggi scomparsa. Riprodotto da Allan R. Taylor, Nonspeech Communication System, in
Handbook of North American Indians, vol. 17 Languages, ed. by Yves Goddart,
Washington, Smithsonian Institute, 1996, pp. 275-289.
Come si "legge" l'annale? Le figure che rappresentano gli anni si snodano lungo una spirale in senso antiorario che parte
dal centro. La prima figura, ad es., costituita da 30 linee parallele su tre colonne
con le linee esterne congiunte, rappresenta 30 Yanktonai che furono uccisi nel 1800-1
dai Crow; la figura successiva, con testa e corpo puntinati, rappresenta l'epidemia
di vaiolo del 1801-2; la figura dopo è un ferro di cavallo, che rappresenta l'anno 1802-3,
quando gli Yanktonai rubarono ai bianchi dei cavalli con gli zoccoli ferrati, che prima
non conoscevano; la penultima figura, un cerchio e delle stelle entrambi neri, rappresenta
l'eclissi totale di sole del 1869; l'ultima figura, infine, raffigura un attacco ai Crow da
parte degli Sioux Teton nel 1870-1.
A parte alcuni discussi ritrovamenti neolitici (V millennio marchi di prorietà, III pittogrammi),
gli inizi della scrittura in Cina risalgono all’epoca Shang: «the first appearance
- per usare le parole di Boltz 1996a, 191 -
of what we recognize unequivocally to be Chinese writing comes in the form of inscribed ox scapulas
and turtle plastrons from sites near modern Ànyáng on the Northern border of Hénán
province. These inscribed objects, which date from about 1200 B.C.E to the end of the Shang [Shang]
state 150 years later, are records of royal divinations performed at the Shang court and are
therefore often referred to as "oracle bones inscriptions"», ossia jia3gu3wén.
La scrittura cinese appare già formata nelle sue linee costitutive fondamentali
nella scrittura degli ossi oracolari, e «the Chinese characters in use today
- Boltz, op. cit., 191 - are the direct descendants of the Chinese scripts of
the Shang period. In outwards appearance, to be sure, modern characters differ substantially
from those of the Shang inscriptions, so that the latter are not readable by someone who
knows only the modern forms; nevertheless, the basic structural principles that underlie
the Shang writing system are fundamentally the same as for later stages of the Chinese script,
including the modern script».
Ho usato, come termini di riferimento, i tradizionali estremi dinastici della storia cinese. Visto che i non sinologi non saranno familiari con questa cronologia, ne riporto uno schema sommario:
[tav. 7]
Specchietto della cronologia cinese, tradizionalmente periodizzata usando i nomi delle
principali dinastie. Non ho tenuto conto delle sovrapposizioni di più dinastie contemporanee
(ma una tavola più dettagliata la vedremo in seguito), né delle minori incertezze
cronologiche; accanto alla trascrizione standard in pinyin tra quadre ho dato la
trascrizione nel "vecchio" sistema Wade-Giles, ancora molto usato in lavori storici.
È disponibile anche una versione grande della tavola.
Naturalmente, si tratta all’inizio prevalentemente di pittogrammi piuttosto espliciti: la scripta arcaica, e le tipizzazioni grafiche in cui si espresse prima di assumere la forma classica, subirono una progressiva semplificazione \ astrazione analoga, mutatis mutandis, a quella avvenuta in Mesopotamia tra i logogrammi sumerici di Uruk IV e quelli cuneiformi babilonesi maturi.
[tav. 8]
Allografi del logogramma per 'cane' (radicale tradizionale 94, oggi qua3n)
nella scrittura di epoca Shang. Adattato da Jerry Norman, Chinese, Cambridge -
New York - New Rochelle - Melbourne - Sidney, Cambridge University Press, 1988, p. 59.
University Press, 1998 [1985], p. 40. Una buona introduzione alla scrittura cinese arcaica è
William G. Boltz, The Origin and Early Development of the Chinese Writing System,
New Haven, American Oriental Society, 1994 "American Oriental Series" 78; in cinese
è utile Míng Ga1o, Gu3 wén zì lèi bia1n ['Tavole dei caratteri antichi'], Be3iji1ng,
Zho1ng huá, 1980
Questi vengono poi solo parzialmente stilizzati nella scrittura di età Zhou occidentale e Chunqiu, detta jin1wén "dei bronzi" (dato che è consegnata soprattutto a grandi vasi votivi di bronzo); non si tratta, inoltre, ancora di scritture canonizzate e vi sono molte variazioni nella forma dei caratteri. Una prima codifica viene tentata nelle scritture cosiddette zhuànshu1 "dei sigilli". Con l'espressione dàzhuàn "grande sigillo" si indicano le scritture che in varie forme locali vennero adottate dai diversi regni degli Zhou orientali. La vera canonizzazione e riunificazione grafica avvenne però, accanto all’unificazione politica, nell’età Qín con l’introduzione del xia3ozhuàn "piccolo sigillo" da parte del 1° imperatore della dinastia Qín, Shi Huangdi, nel 208 a.C. Accanto al piccolo sigillo, scrittura "ufficiale" della dinastia, si sviluppa, nell’ambiente dei funzionari e dei cancellieri di corte, anche una stilizzazione più corrente, la lìshu1 'scrittura dei dotti \ degli scribi', che in seguito alla diffusione della carta ed al perfezionamento del pennello in epoca Hàn occidentale, si standardizzò verso la fine degli Hàn orientali in quella ka3ishu1 "scrittura regolare" che, con varie vicende, è praticamente la stessa dell’odierna. Un'idea della variazione può essere resa dalla tavola seguente, che riproduce con lievi modifiche una pagina di un noto dizionario paleografico di caratteri:
[tav. 9]
Pagina da un dizionario paleografico di caratteri che contiene la fine del radicale
tradizionale "sopra" (8 tóu) e l'inizio del radicale "uomo" (9 rén).
La prima fascia dà i caratteri in kaishu (ossia in grafia tradizionale non semplificata),
la seconda il piccolo sigillo, la terza le varianti degli ossi oracolari e la quarta
quelle del grande sigillo. Alla pagina ho aggiunto il riferimento al numero di carattere
del Mathews (R[obert] H[enry] Mathews, A Chinese - English Dictionary compiled for
the China Inland Mission. Revised English edition with revised English index,
Cambridge (Massachussets), Harvard University Press, 1947), quando il carattere era ancora
in uso nel cinese pre-standard moderno, e la forma pinyin moderna. Il primo da destra
(seguendo l'ordine di lettura) è la parola (oggi desueta) per 'luce, chiaro', quello
dopo è il nome di una provincia dell' A1nhui1, e gli ultimi due del radicale non sono
più in uso. Il primo del radicale successivo è il radicale stesso, 'uomo', mentre gli
ultimi tre sono il rén di 'benevolenza, virtù', il zè di 'obliquo' ed il
lé di 'rimanenza'.
Ma non sosteremo oltre su questi aspetti storico-paleografici, in quanto
qui ci interessa in realtà solo la strutturazione del sistema.
In primo luogo è da sfatare la tradizione ingenua che è riflessa nella etichetta di
"ideografico": i caratteri rappresentano parole di una lingua specifica (sistema "logografico") e non pensieri
(sistema "semasiografico"): per l'unità grafematica minima della scripta cinese (in cinese hànzì,
in giapponese kanji, in coreano hanja) è quindi meglio usare "logogramma" al posto
del colloquiale "ideogramma".
Vantaggio che deriva da struttura isolante del cinese: ogni morfema corrisponde ad una
sillaba, e ad ogni morfema sillabico può così corrispondere un unico segno grafico (grafema).
Il carattere logografico-morfemico può quindi manifestarsi in modo praticamente puro.
I caratteri, inoltre, sono in sé analizzabili, ed hanno spesso anche componenti fonetiche, cosa che
ci assicura del carattere logografico e non semasiografico della scrittura cinese.
La classificazione tradizionale dei caratteri risale a Xu3 Shen4, nello
Shuo1 wen2 jie3 zi4, il primo "dizionario" di caratteri compilato nell’epoca Hàn orientale
(c. 100 d.C.), che organizza c. 9.353 caratteri, nello stile del piccolo sigillo,
secondo un’analisi grafica tutt'ora valida e che sarà utile anche a noi per comprendere
il sistema grafematico cinese.
Al di là della bipartizione tra caratteri semplici (wén) e composti (zì) Xu distingueva
sei tipi di caratteri, i primi tre di natura puramente iconica e gli ultimi tre anche fonica:
| zhi3shì | logogrammi semplici (allusione simbolica) |
| xiàngxíng | pittogrammi (illustrazione figurativa) |
| huìyì | logogrammi complessi (aggregazione logica) |
| jia3jiè | prestiti fonetici |
| zhua3nzhù | pseudosinonimi |
| xíngshe1ng | composti fonetici |
[tav. 10]
La classificazione dei caratteri dello
Shuo1 wen2 jie3 zi4 di Xu3 Shen4 (epoca Hàn orientale, c. 100 d.C.).
La componente iconica può essere stata quella di partenza per la costruzione del sistema, ed è già in sé abbastanza articolata:
[tav. 11]
Gli hanzi iconici nella classificazione di Xu Shen: (1) logogrammi semplici, (2)
pittogrammi, (3) logogrammi complessi.
In realtà le categorie fondamentali sono però quelle fonetiche, che da sole prendono circa il 90% di tutti i 48.000 hanzi comparsi nel corso della storia della lingua cinese. Naturalmente, dire che quasi tutti i segni rappresentano anche una fonetica, non è sincronicamente sempre vero: oggi la composizione fonetica spesso non è più completamente trasparente, in quanto alcuni caratteri sono stati costruiti con la fonetica del cinese due-tremila anni fa, altri con quella di fasi più recenti. La scelta della tavola seguente, dove, per schematizzare, non riporto anche la scrittura del piccolo sigillo, è stata in un certo senso "tendenziosa":
[tav. 12]
Gli hanzi fonetici nella classificazione di Xu Shen: (1) prestiti fonetici, (2)
pseudosinonimi, (3) composti fonetici.
Una volta compresa la sua struttura, resta da rendere conto della sopravvivenza del sistema. Praticamente tutti i sistemi nati logografici che conosciamo sono poi tutti smottati in direzione fonografica, fino a diventare sostanzialmente dei sillabari (come è il caso del cuneiforme sumerico e poi accadico ecc., del geroglifico minoico > lineare A e B, probabilmente del sistema epi-olmeco > maya in Messico, e del sistema misto di kana-kanji del giapponese), o dei consonantari (come in egiziano antico) con frammisti logogrammi con funzione talvolta di logogrammi propri o, spesso, di determinativi: in realtà gli effettivi sistemi risultanti possono anche essere molto complessi e diversi tra loro, ma la tendenza sembra essere generale. Come mai, allora, l' "eccezione" del cinese? Le spiegazioni sono molteplici, e ne elenchiamo le principali.
In primo luogo, è una scrittura benissimo adattata alla struttura di morfema della lingua
cinese, per cui si ha sempre corrispondenza biunivoca tra logogramma e lessema minimo
/ morfema (l'unica eccezione è il morfema subsillabico -r, reso con il secondo carattere
rén di 'uomo', radicale 10 di Kang Xi = 21 CASS), mentre in quasi tutti gli
altri casi che abbiamo menzionato l'interfaccia lingua-scrittura non era così ottimale.
In secondo luogo, una scrittura di riferimento logografica, non direttamente dipendente
dalla seconda articolazione, è utile come strumento comune per popolazioni che parlano
lingue / dialetti molto diversi, come è il caso della Cina (per il problema cfr. nella
sezione dedicata alle lingue, quanto abbiamo detto per i dialetti cinesi).
In terzo luogo va notato come studi psicolinguistici abbiano assodato che, teoricamente, il
sistema logografico è meglio adatto ai nostri meccanismi psichici di memorizzazione
ed uso della memoria linguistica, come dimostrato da studi sulla dislessia, sulla
rappresentazione mentale della parola letta, e sulla apprendbilità della parola grafica,
in connessione anche col problema dell'alfabetizzazione (se ci pensate, ad esempio, (a)
anche le parole dell'inglese devono, in definitiva, essere imparate come dei logogrammi,
e (b) quando leggete nella vostra lingua alfabetica, poniamo l'italiano, non compitate
le lettere delle singole parole, ma le cogliete come un tutto unico, interpretato
olisticamente senza analizzarlo). Se i sistemi alfabetici hanno di solito avuto la meglio
sui logografici, ciò sembra dovuto al fatto che, contestualmente, di solito è successo
che prevalessero gli inconvenienti pratici ai vantaggi psicolinguistici, cosa che
nella particolare situazione cinese invece non è avvenuta.
In quarto luogo, a fare definitivamente pendere l'ago della bilancia sui vantaggi
del sistema logografico, è anche l'enorme grado di omofonia che il cinese ha sviluppato
dal cinese antico e medio a quello odierno: mediamente un sillabema cinese rappresenta
circa una dozzina di omografi. Altre lingue sarebbero semplicemente collassate,
diventando comunicativamente inefficienti, ed avrebbero probabilmente invertito
la tendenza molto prima di raggiungere questo grado di entropia. La scrittura
logografica (dove ad omofoni non corrispondono omografi ma anzi logogrammi ben
distinti) accoppiata all'elevato grado di alfabetizzazione ed alla alta resa
neurolinguistica della logografia, è in parte responsabile della funzionalità
del sistema anche in simili critiche condizioni.
[tav. 13]
Creazione di omofoni non omografi tra antico e moderno cinese. Le forme cinesi antiche
sono ancora date nel sistema tradizionale di Karlgren (cfr. quanto abbiamo detto
sulla ricostruzione del cinese antico
nel capitolo dedicato al cinese) ma traslitterate in IPA; il cinese moderno è dato
prima in IPA e poi in pinyin.
Tratto da Geoffrey Sampson, Writing Systems, Stanford (California), Stanford
University Press, 1998 [1985], p. 169.
La scrittura koreana di cui parleremo in questo paragrafo è stata introdotta
in epoca Cosen (per la periodizzazione del koreano
cfr. il paragrafo sulla lingua) dal re Seycong (regnavit 1418-1450 d.C.), e segna
un momento fondamentale nella storia del koreano, in quanto prima (cfr. sempre il
paragrafo sulla storia
della lingua koreana) solo i logogrammi cinesi erano in uso. La creazione
del nuovo sistema fu completata nel 1444 dal re Seycong e da un bureau di studiosi da lui
coordinato, mentre la promulgazione ufficiale si trova in un libro pubblicato due
anni dopo, il Hwunmin ceng.um 'i suoni standard per l'istruzione al popolo'
(ne è disponibile una traduzione tedesca: Hun Min Jeong Eum. Die richtige Laute
zur Unterweisung des Volkes (1446), herausgegeben von H. Zachert, Wiesbaden,
Otto Harrassowitz, 1980). Il nome ufficiale della scrittura era hwunmin ceng.um,
il nome moderno, hankul 'grande scrittura' è stato introdotto solo nel XX
secolo. Questa scrittura, comunque, non si impose subito, in quanto la classe "colta"
continuò a preferire la cinese a quella che chiamava spregiativamente enmun
'scrittura vernacolare'. Ancora oggi, in effetti, è possibile (in Korea del Sud, mentre
nel Nord sono stati vietati) usare logogrammi cinesi mischiati ai normali caratteri
della hankul.
Ho riportato gli estremi cronologici con un minimo di dettaglio perché l'introduzione
della hankul segna indubbiamente un evento nella storia della scrittura e della linguistica
che merita di essere accompagnato con tutti gli squilli di tromba del caso: non solo,
infatti, si tratta di una scrittura assolutamente unica al mondo nella sua concezione,
ma anche di una scrittura che riflette una maturità di pensiero linguistico che non si ritrova neanche
nei pur meritatamente celebrati grammatici indiani, e che anticipa sostanzialmente
la teoria fonologica moderna introdotta da Trubeckoj cinque secoli dopo.
Per studiare questo sistema, caliamoci direttamente in medias res
e proviamo a guardare alcuni esempi, analizzati, di alcune parole in scrittura koreana,
presentati nella tavola seguente.
Si noterà subito come in ogni blocco grafico (corrispondente ad una sillaba) siano
arrangiati in ordine di pronuncia (reso in senso orario da sinistra a destra e
dall'alto in basso) e senza alterazioni grafiche (furoché il dimensionamento) i
singoli fonemi costituenti la sillaba. L'altra osservazione (cfr. lo schema posto
nella parte destra della tavola) è che la struttura sillabica è rigorosamente CV(C)
ed in tutti i casi in cui sembrerebbe aversi VC la vocale iniziale è sempre preceduta
da un segno convenzionale (che nella tavola è glossato con lo zero): per ora
limitiamoci a coglierne la funzione grafematica, ma sulla sua portata fonologica
torneremo tra poco.
[tav. 14]
Esempi di analisi sillabica di alcune parole in scrittura koreana: Sinla 'un
antico regno koreano', Hankwuk 'Korea', Hankul 'il sillabario coreano',
Sewul 'Seul'. I sistemi (sono detti "romanizzazioni") per ricodificare in latinica la hankul koreana, come
iniziamo a vedere da questa tavola, sono diversi e non del tutto ottimali, in quanto
sono basilarmente delle traslitterazioni, "sporcate" tuttavia di caratteristiche da
trascrizione. Come norma, nel testo di questi appunti useremo il sistema di Yale
(il più diffuso in Occidente, ed anche il più semplice da riversare in HTML senza
Unicode), che nella tavola è dato in blu scuro; l'altro sistema usato in Occidente
è il McCune-Reischauer (dato nella tavola in azzurrino, corpo minore). In Korea
del Nord e del Sud sono "ufficiali" due sistemi diversi, quello del Nord basato
sul McCune-Reischauer e quello del Sud sul Yale.
Una volta viste le linee generali della formazione dei sillabemi, per impratichirsene un poco di più, potreste provare direttamente a combinare i grafemi nei sillabogrammi con il piccolo esercizio online proposto in questa pagina del sito sulla Corea vista da un italiano, oppure cercare, ancora, di scomporre un altro po' di parole che trovate analizzate nella tavola seguente, dove oltre alla quasi-traslitterazione trovate anche la trscrizione IPA:
[tav. 15]
Altri esempi di parole in koreano, con varie trascrizioni. Riprodotto da Ho-Min Sohn,
The Korean Language, Cambridge - New York - Melbourne, 199, p. 4. Oltre alle
romanizzazioni Yale e McCune-Reichemberg è data anche la trascrizione fonetica in IPA.
A questo punto possiamo guardare nel suo complesso tutto "l'alfabeto" koreano, ossia il repertorio di grafemi componibili nei sillabemi della lingua koreana:
[tav. 16]
L' "alfabeto" koreano nell'ordine più solitamente usato nei dizionari della Korea
del Sud; i segni vocalici sono stati scritti in forma citazionale con il grafo dell'iniziale
consonantica zero. Adattato da Ross King, Korean Writing, in The World's Writing Systems, edited by Peter T.
Daniels and William Bright, New York - Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 224.
(nel Nord si hanno invece di solito le vocali al fondo e la serie delle consonanti
è "n t l m p s ng c ch kh th ph h kk tt pp ss cc", cfr. Samuel E. Martin, A
Reference Grammar of Korean. A complete Guide to the Grammar and History of the Korean
Language, Rutland (Vermont) - Tokyo (Japan), Charles E. Tuttle Company, 1992,
p. 21-22)
Ma ora che abbiamo familiarizzato un attimo con il materiale da costruzione della fabbrica, vediamo di cogliere le caratteristiche arichitettoniche dell'edificio e la sua originalità. Come vedrete, l'operazione equivale in pratica a presentare una analisi fonologica del koreano attuata con tutti i crismi scientifici che abbiamo esaminato con i "percorsi" suggeriti nel paragrafo su Trubeckoj, cui vi consiglio di richiamarvi. Il sistema fonologico consonantico del koreano è uno con cinque ordini (punti di articolazione: labiale, dentale, palatoalveolare, velare e glottale) ed occlusive in fasci trimembri con correlazione di tensione ed aspirazione. Seycong raggruppava i propri grafemi-fonemi in classi che possiamo constatare essere proprio quelle fonologiche:
[tav. 17]
Struttura fonologica della scrittura koreana: i raggruppamenti sono quelle originali
di Seycong 1444, le categorie sono quelle moderne di Sampson: nei fasci di occlusive
la /b/ rappresenta la lene, /ph/ la tesa aspirata e /p*/ la tesa non aspirata; si
faccia per ora astrazione dal grafema che Sampson raffigura con /q/, su cui sosteremo
in seguito. Riprodotto da Geoffrey
Sampson, Writing Systems, Stanford (California), Stanford University Press,
1998 [1985], p. 124
Le discrepanze tra le categorie di Seycong ed il sistema fonologico che normalmente rappresenteremmo sono molto modeste, e, qualora riportassimo il sistema grafico a quello fonologico del koreano medio, per il quale era stato pensato, anziché a quello moderno, svanirebbero pressoché completamente:
[tav. 18]
Struttura fonologica della scrittura koreana nella sua fase media (originaria della
scrittura) riarraggianta fonologicamente. In koreano medio le alveopalatali erano
tutte affricate dentali solcate, c'erano alcuni grafemi in più per suoni presenti
solo nei prestiti dal cinese, v'erano ancora due toni (conservati oggi solo in
alcuni dialetti, ma persi nello standard), e v'era una occlusiva glottale. Basato su Ki-Moon Lee, Geschichte der
koreanischen Sprache [Kayceng kwukesa-kaysel]. Deutsche Übersetzung herausgegeben
von Bruno Lewin, Wiesbaden, Dr. Ludwig Reichert Verlag, 1977.
In altre parole il buon re Seycong era riuscito a fare una analisi fonologica molto accurata della propria lingua. Ed il grado sorprendente di modernità si può vedere anche dalla "stranezza" del fonema che Sampson rappresenta /q/, e che in hankul è il cerchio col punto sopra (dal tratteggio antico al moderno il punto è diventato una piccola lineetta). Uno dei principi più astratti, e su cui vi è stata maggiore resistenza, della fonologia di Trubeckoy è quello della distribuzione complementare, per il quale due foni che non ricorrono mai nelle stesse posizioni (sono in distribuzione complementare) sono allofoni di uno stesso fonema (cfr. per un migliore approfondimento il terzo percorso di studio sulla fonologia suggerito nel paragrafo su Trubeckoj). Un caso di ciò, con forti analogie a quello del koreano in discussione, e che fu molto discusso nella linguistica occidentale, fu quello rilevato da Trubeckoj per il tedesco e da Bloomfield per l'inglese: la spirante glottale [h] e la nasale velare [ng] sono in distribuzione complementare, la prima solo ad inizio sillaba e la seconda solo a fine sillaba; non avendo pertanto alcuna funzione distintiva andrebbero considerate allofoni di un unico fonema (quale, però, allora?). L'unica ragione per cui nella maggior parte delle analisi dell'inglese si continuano a trovare /h/ e /ng/ distinte è la conclamata controintuitività e scarsa praticità della soluzione monofonematica; dato però che questa ragione non ha alcun senso in fonologia, lo stratagemma di solito dichiarato per il "salvataggio" è che "h" e "ng" assolvono una funzione delimitativa, ossia servono a marcare l'inizio e la fine di sillaba. Se ben guardate, la situazione "delimitativa" del /q/ koreano è simile: serve a marcare l'inizio e la fine di sillaba, in fine di sillaba emerge nella fonologia superficiale come [ng] mentre all'inizio si ferma come zero lasciando scoperta la vocale seguente (in inglese, invece, raggiunge un grado di percettibilità di poco superiore, emergendo come [h]). Solo che Seycong, nel 1444, a differenza della linguistica occidentale degli anni Cinquanta del Novecento, non ha avuto alcuna difficoltà a riconoscere il fenomeno, tant' è che ha assegnato ai due "allofoni" (zero su vocale iniziale, e [ng] finale) lo stesso grafema. C'è davvero di che fare tanto di cappello!
Fin qui, comunque, per quanto geniale, il sistema di Seycong sarebbe "solo" una scrittura logografica fonologica. Ed i "tratti distintivi" in base ai quali l'avevamo etichettata dove sono? Sono nel fatto che ogni grafema-fonema costituente la sillaba è composto graficamente secondo i suoi tratti distintivi fonologici: ogni posizione articolatoria ha un corrispettivo iconico in un tratto grafico, e così anche ogni modo di articolazione. Nella tavola seguente raffiguro l'idea grafica soggiacente alla rappresentazione dei 5 punti di articolazione:
[tav. 19]
L'analisi fonetica dei tratti distintivi sottostante la rappresentazione delle consonanti:
i punti di articolazione. Da Ross King, Korean Writing, in The World's Writing Systems, edited by Peter T.
Daniels and William Bright, New York - Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 220.
La composizione dei grafo-tratti (se così possiamo chiamare i tratti
distintivi di un grafema) nei grafemi segue la strategia seguente.
(1) Il grafo del punto di articolazione nudo rappresenta
di solito la continua (fricativa od approssimante) della serie, ossia /m,n,s,Ø/.
Il fono-grafema /q/ è considerato come glottale, in base alla non udibilità del
suo allofono iniziale: Seycong ha scelto la soluzione più astratta!
(2) L'aggiunta di un taglio superiore
orizzontale al grafo-tratto di base rappresenta la sua realizzazione occlusiva, nella
forma lassa, considerata come quello che in fonologia si direbbe il membro non marcato
dell'opposizione. L' "occlusiva" della /q/ è, naturalmente, lo stop glottale.
(3) La aspirazione è invece rappresentata con
una barra separata sopra il grafo, a suggerire la frizione dell'aria nel canale acustico;
l'aspirata della serie glottale /q,?/ è la spirante /h/.
(4) La semplice tensione è resa simbolicamente dal
raddoppiamento del grafo. (5) L'ordine velare, non avendo
alcuna continua (la [ng] è analizzata come allofono del fonema glottale /q/)
è l'unico in cui il grafo-base vada assegnato alla occlusiva lassa,
che è il membro meno marcato dell'ordine.
Con queste notazioni si dovrebbe potere apprezzare al meglio il sistema fonologico dato
prima in Tav. 19.
Il discorso che abbiamo fatto approfonditamente sulle consonanti si può ripetere
anche per il vocalismo: qui le "etichette" usate (essenzialmente lo Ying e lo Yang)
sono più astratte ancora e distanti dalle nostre, ma le classi individuate sono
pienamente funzionali e coerenti: dato tuttavia che il sistema di vocali e dittonghi
del koreano è molto ricco, e dato che il pasto è già stato abbondante col solo
consonantismo, mi limiterò all'accenno.
Abbiamo visto, dunque, rappresentati sofisticatamente tratti distintivi e fonemi, ma abbiamo un poco sfumato sull'unità fonografica segmentale immediatamente superiore, la sillaba, che abbiamo presentato solo dal punto di vista grafico (ordine dei fono-grafemi). Da questo punto di vista si è registrato una inversione di tendenza tra la pratica del koreano medio di Seycong e lo standard moderno: la sillaba da individuata foneticamente è diventata individuata prevalentemente morfofonologicamente. Si guardino i due esempi presentati nella tavola seguente: negli esempi antichi il confine di morfema non rispecchia quello di sillaba, mentre in quelli moderni, a costo di rappresentare una /tesa/ "quadrupla" anziché doppia, sì. Questa "nuova" impostazione appanna il rigore fonologico della scrittura creata da Seycong e segna una discreta frattura nella tradizione grafica koreana, ma non riesce certo a sminuirne l'importanza.
[tav. 20]
Il passaggio da sillabogrammi fonetici a sillabogrammi morfofonologici. Adattato da
Ross King, Korean Writing, in The World's Writing Systems, edited by Peter T.
Daniels and William Bright, New York - Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 223.
A conclusione di questo capitolo riporto una tavola completa delle principali romanizzazioni della hankul, nella idea che possano costituire una utile palestra di esercitazione sul problema delle trascrizioni e traslitterazioni (e che magari facilitino la eventuale incoraggiatissima lettura di libri su Korea e koreano ...):
[tav. 21]
I diversi sistemi di romanizzazione del koreano. Riprodotto semplificato da Samuel E. Martin -
Yang Ha Lee - Sung-Un Chan, A Korean - English Dictionary, New Haven - London,
Yale University Press, 1967. Sono stati, in effetti, usati molti sistemi,
con caratteristiche anche strutturalmente diverse; due, tuttavia, sono quelli
che maggiormente si sono imposti: il Yale, oggi prevalente in Occidente, pur meno
perspicuo foneticamente, è il più simile ad una traslitterazione vera e propria;
il McCune-Reischauer ha invece caratteristiche che lo avvicinano ad una trascrizione;
le "romanizzazioni ufficiali" nelle due Koree (lo standard del 1959 del
ministero dell'Educazione della Repubblica della Korea del Sud, e quello del 1957 della
Accademia delle Scienze della Korea del Nord, Cosen kwahak-wen) si appoggiano
rispettivamente quella N (indicato nella tavola con la sigla CK) al McCune-Rischauer,
e quella S allo Yale. Sono trascurati nella tavola minori dettagli, tra i quali il più
rilevante è che nel sistema Yale la wu è trascritta u dopo labiale
(dove non può occorrere la u normale). Un possibile esercizio: provate a vedere (a) quali sono gli aspetti
da trascrizione vs. quelli da traslitterazione (b) in che zone le romanizzazioni
ufficiali si discostano dalle scientifiche?.
La scrittura "lineare B" del miceneo offre un buon esempio di una
scrittura sillabica propria, in cui - ossia - ogni sillabogramma sia una entità
inanalizzabile ed a sè stante, come si può vedere anche solo dall'inventario:
[tav. 22]
L'inventario dei sillabemi della lineare B usata per il miceneo. Riprodotto da
John Chadwick, The Decipherment of Linear B, Cambridge, Cambridge University Press,
1967/2 (1958/1), che è il racconto "standard", leggibile anche da non specialisti
della decifrazione e soprattutto da non grecisti (Ventris non lo era!); è anche tradotto
in italiano per i tipi dell'Einaudi.
Accanto a questi sillabogrammi la lineare B presenta anche un certo numero di evidenti pittogrammi, usati sparsamente accanto ai sillabogrammi, come si può vedere dal seguente breve testo:
[tav. 23]
Una frase tratta da una iscrizione micenea in lineare B di Pilo (PY Eb 297), con
trascrizione, traslitterazione ed annotazione semantica. Adattato da Emmett L. Bennett,
Aegean Scripts, in The World's Writing Systems, edited by Peter T.
Daniels and William Bright, New York - Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 262.
La traduzione di Bennett cit. suona « The priestess has and swears she has a special-land-grant for the god, but the
landholders [say] that she has 3.95 measures in land-grants of communal lands»; quella,
di trent'anni precedente di Chadwick suonava: «The priestess holds (this) and claims
that the deity holds the freeholds (?), but the plot-owners (claim) that she holds
(only) the leases of communal plots: 474 litres of wheat» (Chadwick cit., p. 159). Si
notino, oltre naturalmente alla diversa funzionalità di trascrizione e traslitterazione,
le grafie arcaiche con la labiovelare (cfr. lat que) della congiunzione
che già in greco classico è te, lo scarno uso anche di logogrammi, e la presenza
di una separazione delle parole.
Questi logogrammi, ed altri pochi fatti, costituirono un poco l'aiuto
semantico che nella decifrazione dell'ugaritico (che avevamo usato come esempio
paradigmatico di decifrazione), funsero le "asce parlanti". Infatti la situazione linguistico-epigrafica
della Creta minoica era ed in parte è ancora molto misteriosa prima che
nel 1950 Michael Ventris (un architetto e non un grecista) riuscisse a forzare
la crittografia della lineare B, restituendoci sorprendentemente un dialetto greco
più antico di tutti quelli d'epoca classica (nessuno dei quali, comunque, è la
diretta continuazione del Miceneo) e restituendoci (sensazione poco scientifica, forse,
ma che nessuno si può sottrarre dall'avere) inoltre la vera favella del mondo degli
eroi omerici: se Schliemann ci aveva dato i loro resti archeologici, la tavolette di
Pilo e Micene ce ne dànno la lingua.
A Creta, infatti, per tacere di minori lingue (come l'eteocretese) o scritture (come
quella del "disco di Festo") indecifrate, «dapprima (2000-1600 a.C.) si ha una
scrittura ideografica su pietre in forma di sigilli, in uno stadio più primitivo
ed uno più evoluto con circa 140 segni ["geroglifico cretese"]. A questa seguono
due sistemi di scrittura lineare, su tavolette d'argilla e su sigilli, che vengono
distinti con le designazione di scrittura lineare A e scrittura lineare B (la A si
svolge dal 1600 al 1450 circa, la B dal 1450 al 1200 a.C.). [...] Ambedue le scritture
lineari vengono adoperate per inventari su tavolette di argilla. La A, con 85 segni,
è diffusa su tutta l'isola, mentre la B, con 88 segni, nell'isola è rinvenuta soltanto
a Cnosso, ma si trova anche nella Grecia continentale, a Pilo e a Micene» (Johannes
Friedrich, La decifrazione delle scritture scomparse, Firenze, Sansoni, 1973,
p. 143-5).
Molte "inadeguatezze" della scrittura lineare B al compito di notare il greco (manca ad
esempio una rappresentazione della elle, che viene sostituita regolarmente dalla erre)
si possono, tra l'altro, proprio spiegate con l'essere questa un adattamento di
una scrittura precedente (la lineare A) creata per una lingua affatto diversa.
Né la lineare A (nonostante recenti proposte) né il geroglifico cretese si possono
per ora considerare decifrati: l'unica cosa che pare assai probabile (in base a
considerazioni strutturali-crittografiche e storico-archeologiche) è che non fossero
usate per scrivere lingue di tipo indoeuropeo.
Il tipo che chiamiamo alfasillabario (seguendo William Bright)
è una scrittura che «writes each consonant-vowel sequence as a unit, called an aksara,
in wich a vowel simbol functions as an obbligatory diacritic to the consonant»
(William Bright, The Devanagari Script, in The World's Writing Systems,
edited by Peter T. Daniels and William Bright, New York - Oxford, Oxford University
Press, 1996, p. 384); il termine corrisponde a quello di abugida (coniato con
le prime quattro sillabe del sillabario etiopico, sullo stesso modello con cui "alfabeto"
è coniato con le due prime lettere dell'alfabeto greco), preferito ad esempio da Peter
Daniels.
L'esempio più importante per storia e diffusione di questo "tipo" è il sillabario
noto come brâhmî creato intorno al III secolo d.C. in India, probabilmente
per diretta responsabilità dell'imperatore As'oka, per scrivere lingue medio-indoarie
(i cosiddetti prakriti); da questa prima scrittura derivano tanto la devanagari
(sviluppatasi a partire dal XII secolo per trascrivere il ben più antico sanscrito
dei testi sacri e della letteratura classica di epoca antico-indoaria) e le moderne
scritture delle lingue indoarie dell'India settentrionale, quanto le scritture del Sud
dell'India e di buona parte del Sudest Asiatico. L'origine del sistema (ossia in base
a quali precedenti sia stato creato) è discussa, ma sembra che la principale ispirazione
sia stata, ancora una volta, il consonantario semitico (che, ricordiamoci, è interpretabile
come un alfasillabario con vocale inerente neutralizzata).
Per renderci conto dell'aspetto e del funzionamento di questa scrittura fornisco, a mo' di esempio, un piccolo frammento del sistema nella brahmi e nella successiva devanagari (lett. 'scrittura sacra', o più semplicemente "nagari"), che è poi quella con cui si scrive lo hindi moderno.
[tav. 24ab]
Un frammento del sistema della brahmi (a) e della nagari (b). Si noti il rapporto
etimologico tra alcuni grafemi dei due sistemi (la principale diversità è lo sviluppo
della barra superiore, a partire da semplici grazie, passate da elementi esornativi
ad elementi costitutivi), e la permanenza della stessa struttura.
Caratteristica della struttura del sistema è che le vocali non hanno lo stesso status delle consonanti (sono solo dei diacritici ad esse; tipicamente il grafema consonantico senza diacritici sottointende /a/ inerente, il cui diacritico è pertanto zero) e che l'ordine grafico dei segni non rispecchia quello della pronuncia (la vocale può anche stare graficamente prima della consonante, ma la sillaba fonologica resta CV)
Dalla brahmi dipendono tutti i sistemi fonografici di scrittura in uso nell'Asia meridionale. La filogenesi della prima fase del sistema, con la divisione in una tipizzazione settentrionale ed una meridionale, e con la discendenza delle principali varianti usate oggi in India (lingue indoarie e dravidiche), è rappresentata nella tavola seguente:
[tav. 25]
La brahmi dalle origini alle derivazioni in uso nell'India moderna, esemplificata
con l'aksara "n,a". Si noti la netta biforcazione tra alfabeti del Sud (più arrotondati,
forse per via delle caratteristiche del principale materiale scrittorio usato, le
foglie di palma) e del Nord.
Adattato da Richard G. Salomon, Brahmi and Kharoshthi, in The World's Writing Systems,
edited by Peter T. Daniels and William Bright, New York - Oxford, Oxford University
Press, 1996, p. 380.
Molto importante è anche lo sviluppo che sistemi brahmi-derivati,
a partire da un prototipo meridionale di epoca Pallava, hanno avuto in tutte le lingue
del Sudest asiatico, "austrasiatico", austronesiano o tibetobirmano, di cui avremo occasione di parlare
nella prossima sezione. Uno schema approssimativo è il seguente:
[tav. 26]
La brahmi dalla tipizzazione meridionale di epoca Pallava a quelle delle principali
lingue del Sudest asiatico, esemplificata con l'aksara "ta".
Adattato da Christopher Court, The Spread of Brahmi Script into Southeast Asia,
in The World's Writing Systems, edited by Peter T. Daniels and William Bright,
New York - Oxford, Oxford University Press, 1996, p. 448.