di Manuel Barbera (b.manuel@inrete.it).
Abbiamo già avuto modo di constatare come da Saussure
sia nata una feconda tradizione di linguistica "strutturale", tutt'ora vitale ed
alternativa alla linea chomskyana. In questa linea semiotico-strutturale, che è
prevalentemente continentale fatto salvo il tardivo innesto di Peirce, anche altri
pensatori hanno apportato significativi contributi, ed è ormai tempo di vederne
almeno i principali (almeno Hjelmslev, Jakobson e Trubeckoj, oltre naturalmente
a Peirce); di altri invece ci contenteremo dei cenni che ne abbiamo già fatto (Martinet).
In molti casi, infatti, da queste ricerche sono emerse teorie che hanno arricchito
significativamente la concezione del segno linguistico e del linguaggio umano, ed
alcune delle nozioni che sono state individuate vanno pertanto integrate alla "lista"
delle caratteristiche costitutive del linguaggio che abbiamo finora idealmente
compilato in base a Saussure e Chomsky.
L'interpretazione più rigorosa e formalizzata della lezione di
Saussure nel Novecento è stata probabilmente quella del danese Louis Hjelmslev (1899-1965), e
della "scuola di Copenhagen" da lui ispirata. Come Saussure, anche Hjelmslev è nato
come linguista storico idoeuropeo, ma l'aspetto della sua attività che qui ci interessa è
quello della sua teoria del linguaggio (che chiamò "glossematica") che giunse ad
una compiuta formulazione nel suo Omkring Sprogteoriens Grundlæggelse (1943,
trad. it. I fondamenti della teoria del linguaggio,
Introduzione e traduzione di Giulio C. Lepschy, Torino, Einaudi, 1968, già citata).
In particolare, è importante l'approfondimento in senso semiotico della struttura del segno linguistico. Lo schema seguente riassume la concezione di Hjelmslev del segno (Hjelmslev, in realtà, non disegna alcuno schizzo della sua teoria: il tipo di raffigurazione che ho adottato è studiato per evidenziare la omologia di struttura con Saussure):
[tav. 1]
Il segno linguistico per Hjelmslev. Basato su Louis Hjelmslev, Omkring Sprogteoriens
Grundlæggelse (1943), trad. it. I fondamenti della teoria del linguaggio,
Introduzione e traduzione di Giulio C, Lepschy, Torino, Einaudi, 1968, pp. 52-65.
A livello puramente terminologico, noteremo innanzitutto che Helmslev usa «espressione e contenuto come designazione dei funtivi che contraggono la funzione [...] segnica» (Fondamenti, cit., p. 52), ossia di "significante" e "significato". La reale innovazione, però, è quella di avere riconosciuto che piano dell'espressione e piano del contenuto sottintendono a loro volta una scansione interna in piani distinti: i termini chiave sono, questa volta, materia, forma e sostanza, tre termini di pesante tradizione filosofica, e bisognerà pertanto stare molto attenti al modo con cui Hjelmslev li concepisce.
Iniziamo a prendere in considerazione il contenuto, il signifié 'significato / concetto' di Saussure. Come già Saussure (cfr. § 1.1.3), Hjelmslev inizia considerando la fenomenologia interlinguistica che rende evidente l'arbitrarietà del significato, solo proponendone una analisi più approfondita: «Ogni lingua - ibidem, pp. 56-57 - traccia le sue particolari suddivisioni all'interno della "massa del pensiero" amorfa, e dà rilievo in essa a fattori diversi in disposizioni diverse, pone i centri di gravità in luoghi diversi e dà loro enfasi diverse. È come una stessa manciata di sabbia che può prendere forme diverse, o come la nuvola di Amleto che cambia aspetto da un momento all'altro. Come la stessa sabbia si può mettere in stampi diversi, come la stessa nuvola può assumere forme sempre nuove, così la materia può essere formata o strutturata diversamente in lingue diverse. A determinare la sua forma sono soltanto le funzioni della lingua, la funzione segnica e le altre da essa deducibili. La materia rimane, ogni volta, base per una nuova forma, e non ha altra esistenza possibile al di là del suo essere materia per questa o quella forma. Riconosciamo così - Hjelmslev conclude - nel contenuto linguistico, nel suo processo, una forma specifica, la forma del contenuto che è indipendente dalla materia ed ha con essa un rapporto arbitrario, e la forma rendendola sostanza del contenuto».
«Precisamente la stessa cosa - prosegue Hjelmslev, ibidem, p. 59 - si può osservare per l'altra entità che è un funtivo della funzione segnica, l'espressione». Anche il procedimento dimostrativo si sviluppa secondo le stesse linee. « Si possono - ibidem, pp. 59-60 - anche scoprire, confrontando lingue diverse, zone nella sfera fonetica suddivise in maniera diversa in lingue diverse. Possiamo per esempio pensare a una sfera fonetico fisiologica di movimento, che si può ovviamente rappresentare come spazializzata in varie dimensioni, e che si può pensare come un continuo inanalizzato ma analizzabile [...]. In tale zona amorfa è posto un numero diverso di figure (fonemi) in lingue diverse, poiché le suddivisioni si trovano in punti diversi del continuo», fatto a supporto del quale si possono portare molti esempi, come lo spazio articolatorio ("il continuo", per usare l'espressione di Hjelmslev) delle vocali: «il numero delle vocali - ibidem, p. 60 - varia da lingua a lingua, e le suddivisioni sono diverse. L'eschimese distingue solo tra un'area i, un'area u ed un'area a», laddove invece, ad es., l'ialiano settentrionale distingue cinque aree, delimitando anche /e/ ed /o/, e l'italiano toscano ne distingue sette, differenziando ancora e ed o stretti da quelli aperti (nel senso di grado d'apertuta dello spazio articolatorio orale), ecc. «Grazie in particolare alla straordinaria mobilità della lingua, le possibilità sono indefinitamente ampie, ma ciò che è caratteristico è che ogni idioma pone le proprie suddivisioni particolari entro questo indefinito numero di possibilità. Poiché la situazione è evidentemente analoga per l'espressione e per il contenuto, converrà poter sottolineare questo parallelismo ricorrendo per entrambi alla stessa terminologia: [...] gli esempi che abbiamo dato [...] sono dunque le zone fonetiche della materia, formate in maniera diversa in lingue diverse, a seconda delle funzioni specifiche delle singole lingue, e organizzate quindi come sostanza dell'espressione rispetto alla loro rispettiva forma dell'espressione».
Proviamo a vedere con un esempio pratico (quello, raffigurato nella nostra tavola, della parola italiana "mela") come funzionano le cose. Sul piano del contenuto, all'interno dell'area della massa amorfa del pensiero (materia) la griglia concettuale specifica della lingua italiana (forma, "langue") delimita una zona di frutti commestibili formando il concetto 'mela' (sostanza del contenuto). La funzione segnica assegna poi una espressione a questo contenuto. E anche sul piano dell'espressione le cose vanno nello stesso modo: all'interno indifferenziato di tutte le possibilità fonatorie (materia), la griglia del sistema fonologico della lingua italiana (forma, "langue") struttura quelle possibilità nella definita (fonologica, diremmo con un termine che spiegheremo in seguito) immagine acustica mela (sostanza dell'espressione). L'effettiva, eventuale, fonazione ['mela] è poi solo l'atto di "parole" corrispondente a questo processo semiotico, a proposito del quale, comunque, dobbiamo sempre ricordarci che le varie "fasi" che abbiamo descritto rappresentano momenti solo logicamente distinguibili: nella realtà nessuna componente della funzione segnica può esistere autonomamente fuori dalla funzione medesima.
Vorrei, per concludere, sottolineare come questa moltiplicazione dei piani del segno linguistico abbia avuto conseguenze fondamentali non solo nella linguistica generale (e nelle discipline che dalla linguistica strutturale hanno tratto ispirazione, come certa parte della teoria e della critica letteraria), ma anche nella semiotica, dato che quasi tutta la tradizione semiotica europea, al di là dell' "innesto" americano di Peirce (cfr. § 1.3.4), si è rifatta prevalentemente a Hjelmslev.
L'opera del grande linguista Roman Jakobson (Mosca 1896 - Boston
1982) si pone invece, almeno in una sua importante parte, all'interno della
cosiddetta "scuola di Praga" (cui appartenne anche il fondatore della fonologia,
principe Nikolaj Seergeevic Trubeckoj), la cui interpretazione dello strutturalismo
sassuriano si potrebbe dire soprattutto "funzionalista" (laddove quella di Hjelmslev
era piuttosto semiotica e matematizzante). Dal "funzionalismo" praghese discende
anche il funzionalismo francese, la cui figura fondante André Martinet abbiamo già
menzionato a proposito della teoria della "doppia articolazione del linguaggio".
Cosa, poi, dobbiamo intendere per "funzionalismo" lo vedremo subito, approfondendo
il pensiero di Jakobson.
L'attività di Jakobson, in realtà, è stata poliedrica (dal linguaggio infantile all'afasia, dalla teoria della comunicazione alla teoria della letteratura) e svolta in un numero sconcertante di lingue: noi qui ci acconteremo di trattare solo un aspetto, quello, appunto, della teoria funzionale del linguaggio.
La novità, se vogliamo, di Jakobson rispetto alla semiologia di Saussure, è quella di essersi fortemente ispirato al modello della teoria della comunicazione (cui avevamo sommariamente accennato anche noi all'inizio di questo nostro capitolo) in cui inserisce a pieno titolo anche la struttura del segno linguistico. Lo schema seguente impagina schematicamente seguendo la stessa struttura rappresentativa che abbiamo seguito per Saussure e Hjelmslev, in modo da permettere di cogliere più facilmente omologie e differenze (il modello impaginato dallo stesso Jakobson aveva in effetti una disposizione diversa, che potete trovare comunque fedelmente riprodotta nel manuale di Graffi e Scalise):
[tav. 2]
Segno e funzioni linguistiche per Jakobson. Basato su Roman Jakobson, Closing Statements:
Linguistics and Poetics, intervento ad un congresso sullo stile tenuto all'Indiana
University nel 1958, poi raccolto negli atti Style and Language, a cura di Thomas
A. Sebeok, New York - London, 1960, pp. 350-377 e quindi in Roman Jakobson, Essais
de linguistique générale, Paris, Editions de Minuit, 1963, traduzione italiana
Saggi di linguistica generale, a cura di Luigi Heilmann, Milano, Feltrinelli, 1966,
pp. 181-218.
Una notevole intuizione di Jakobson è che il linguaggio non ha
solo la funzione di descrivere oggetti, ma anche altre funzioni, che sono
legate all'attenzione posta su uno piuttosto che su un altro degli elementi in
gioco nella comunicazione, secondo una stretta corrispondenza che ho illustrato
nello schema soprastante (funzioni in blu con esempi in verde). L'idea che il
linguaggio abbia molteplici funzioni non è in sé nuova (già Humboldt, 1767-1835,
distingueva tra una funzione espressiva ed una denotativa), ma coniugarla ad una
impostazione che assume il modello della teoria della comunicazione (per il quale
la funzione referenziale è praticamente la sola che interessa) come modello
psicolinguistico era un'idea originale e feconda. Lo spunto gli è probabilmente
venuto dalla volontà di spegare la specificità del discorso poetico: il
saggio fondante della sua teoria era, infatti, proprio dedicato al problema del
linguaggio poetico (poetica e stilistica sono sempre stati due nuclei tematici
costanti e centrali nella ricchissima produzione di Jakobson).
Non mi diffonderò, comunque, ad illustrare nei dettagli le sei funzioni, accontentandomi
dell'esemplificazione impaginata nella tavola, e rimandandovi comunque alla chiara
trattazione del manuale di Graffi e Scalise.
Almeno due aspetti "informazionali" della impostazione di Jakobson devono però essere ancora sottolineati. Il primo è il concetto di codice che Jakobson impiega per caratterizzare la funzione segnica, traendolo dalla teoria dell'informazione, ed esplicitamente da Colin Cherry (1914-...), uno dei grandi patres della scienza della comunicazione, che, secondo cita Jakobson (trad. it. cit., p. 68), nel suo On Human Communication, New York - London, 1957, p. 7 definiva il codice come «trasformazione convenuta, di norma elemento per elemento e reversibile, mediante la quale un insieme di unità di informazione è trasferito in un altro insieme». Un aspetto particolare del codice come lo intende Jakobson è che è strutturato solo in base a tratti binari (non comprenderebbe ossia opposizioni distintive multilaterali), secondo un principio che sarà ripreso dal generativismo, ma che non sarà condiviso da altre correnti dello strutturalismo linguistico,
Un altro importante aspetto (che, vedremo, ci riuscirà utile per comprendere
il problema del linguaggio animale) introdotto dal modello di Jakobson è quello
dell'esplicitazione del canale in cui si manifesta la "parole". In effetti, dire
che il canale che caratterizza il liguaggio umano è quello fonico-acustico, e basta,
rappresenta in qualche modo una semplificazione: «il messaggio nella sua formulazione
deve poi subire successive trasformazioni mentre procede nel suo viaggio verso la destinazione.
Le trasmissioni sono, per così dire, tramandate da una stazione trasmettente a un'altra e,
prima di raggiungere l'area primaria di proiezione, devono essere riorganizzate -
filtrate e variamente adattate - per rispondere ai requisiti del canale scelto» (cito
da T. Sebeok, A sign is just a sign. La semiotica globale, Milano, Spirali, 1998,
p. 68: lo sviluppo di queste considerazioni, in effetti, anche se scaturito dal modello di Jakobson,
è stato soprattutto dovuto ai semiologi e specialisti comunicazione).
Nello schema seguente (che non risale tuttavia a Jakobson, ma bensì al citato semiologo
Sebeok) sono delineati i canali possibili più importanti:
[tav. 3]
I vari tipi di canale. Riprodotto da Thomas A.
Sebeok, A sign is just a sign, Bloomington, Indiana University Press, 1991;
trad it. A sign is just a sign. La semiotica globale, Introduzione e traduzione
a cura di Susan Petrilli, Milano, Spirali, 1998, p. 69.
Non è solo che possiamo immaginare (e l'osservazione sarà importante quando affronteremo il problema del linguaggio animale) "linguaggi" che facciano ricorso a canali diversi da quello normale nel linguaggio umano. A ben guardare, infatti, perfino nel caso di una normale comunicazione orale il canale "acustico" proprio (onde sonore propagate nell'aria) deve poi ricodificarsi (ricordate la definizione di "codice" di Cherry?) nell'orecchio umano (che funge da trasduttore) in altro modo per giungere ai neuroni del cervello. O pensate piuttosto a casi ancora più complessi e mediati, come ad esempio il seguente: sto ascoltando Lauritz Melchior cantare "O diese Sonne" dal "Tristan und Isolde" nel 1936 al Covent Garden. Qui il canale acustico (onda sonora) del messaggio è stato ricodificato in impulso elettrico (dal trasduttore del microfono usato in teatro nel 1936), poi in meccanico (incisione degli acetati da parte della casa discografica), poi di nuovo in elettrico, prima analogico e poi digitale, (nel riversamento moderno della registrazione originaria) e quindi in ottico (bruciatura del CD), e poi ancora da ottico ad elettrico (lettura del CD ed amplificazione), quindi di nuovo in acustico (il magnete e la membrana dei diffusori acustici fungono da trasduttore inverso rispetto a quelli del micorofono); l'onda acustica perviene alle mie orecchie e, finalmente convertita chimicamente in impulsi elettrici raggiunge le zone appropriate del mio cervello dove ne avviene la "comprensione" e, se vogliamo, anche la sua traduzione 'oh, questo sole!'.
Abbiamo già accennato al principe Nikolaj Seergeevic^ Trubeckoj
(1890-1938), tanto come membro della cosiddetta "scuola di Praga" (cui appartenne
anche Roman Jakobson), quanto come fondatore della fonologia, che, nella prima metà
del Novecento, con la glossematica di Hjelmslev è stata la più importante corrente
nata dallo strutturalismo di Saussure. Il testo chiave di questa disciplina, cui
il principe lavorò per molti anni e che uscì postumo, sono i Grundzüge der Phonologie,
in "Travaux du Circle linguistique de Prague" VII (1939), poi Göttingen, Vandenhoeck
& Ruprecht, 1958 (trad it. Fondamenti di fonologia. Edizione italiana a cura
di Giulia Mazzuoli Porru, Torino, Einaudi, 1971). Andrebbe, peraltro, anche sottolineata
l'importanza di Trubeckoj pure in sede di linguistica storica (per via della sua
concezione della protolingua come Sprachbund 'lega linguistica') su cui
torneremo nella prossima sezione.
Quello che qui ci pertiene, però, è la posizione della fonologia nell'àmbito delle
teorie sul segno linguistico. Per gli aspetti più tecnici ed istituzionali (descrizione
delle categorie della fonetica articolatoria, metodo per analizzare i sistemi
fonologici, ecc.) rimando invece al Graffi - Scalise. Nella parte sulle lingue,
tuttavia, presenterò alcuni sistemi fonologici, in base ai quali si possono costruire
alcuni percorsi di studio.
La fonologia, propriamente, si occupa non tanto dei segni linguistici
nella loro totalità, quanto della sola faccia significante dei segni, ossia delle
unità distintive che la langue disegna nella massa delle possibili articolazioni
fonatorie. Della componente fonetica del linguaggio, dunque, la fonologia si occupa
dei soli aspetti che fanno essenzialmente parte del segno linguistico, ossia delle
fonazioni che hanno un valore distintivo, di quelle espressioni (significanti), in
altre parole, che sono interfacciate con un contenuto (significato); in altri termini
ancora, martinettiani questa volta (e pertanto successivi, si badi), si occupa delle
unità della seconda articolazione. Della parte "non distintiva" delle fonazioni, degli
oggetti sonori concreti analizzabili dalla fisica acustica, in breve della "parole",
si occupa invece la fonetica, che può anche essere di diversi tipi a seconda
dei suoi interessi specifici. La fonetica articolatoria, che analizza i suoni in
base ai meccanismi fisiologici con cui vengono prodotti (cavità orale, lingua ...),
è quella immediatamente più irrinunciabile per la linguistica, non fosse che perché
fornisce la nomenclatura con cui riferirsi ai diversi tipi di suono.
La distinzione tra una disciplina che «est une des parties essentielles de la science
de la langue» ed un'altra che «n'est que une discipline auxiliarie et ne relève que
de la parole» (Cours, Introduzione, cap. VII, § 1, pp. 55-56 fr. = 44-45 it.),
va comunque detto, non solo era necessariamente implicata dal sistema saussuriano,
ma era comunque già esplicitamente presente nel Cours, sia pure non ancora
nei termini trubeckojani e moderni: i termini "fonetica" e "fonologia", ad esempio,
erano usati invertiti rispetto all'uso moderno (la "fonetica" di Saussure è la
"fonologia" di Trubeckoj!).
Le unità significanti di seconda articolazione, oggetto dello studio della fonologia, sono dette fonemi, e sono contrapposte appunto ai foni (di cui si occupa invece la fonetica), che sono i concreti elementi fonetici della parole, ma non sono però in sé dotati di significato linguistico. I foni possono essere in variazione libera, non sistematica (ad es. se parlo in fretta articolerò in modo più affrettato, se "grido" varierò contingentemente le mie articolazioni, se sono raffreddato le mie fonazioni saranno diverse dal normale, ecc. ecc.), oppure osservare una qualche regola di ripartizione combinatoria determinata (ad esempio il fonema nasale dentale /n/ in italiano davanti a /k,g/ è articolato velare - cfr. ancora, davanti a /f/ è articolato labiodentale - cfr. anfora, davanti alla maggior parte degli altri fonemi è articolato dentale - cfr., appunto, dente), nel qual caso sono detti allofoni. Parte delle convenzioni terminologiche (ad es. "fono" come corrispondente fonetico di fonema) e simboliche (ad es. gli slash per rappresentare i /fonemi/ e le quadre per i [foni]) della fonologia moderna, bisogna infine avvertire, non sono comunque ancora usate da Trubeckoj (anche se i concetti che sottointendono vi sono tutti).
Ho accennato alla possibilità di costruirsi percorsi di studio
nella fonologia in base ai materiali forniti, soprattutto nel secondo modulo.
Questi sono alcuni:
(1) Vocali. Questo capitolo - parte generale Graffi/Scalise
- sistema triangolare a 3 ordini e 3 gradi:
giapponese - sistemi
rettangolari a quattro ordini e due gradi:
kirghizo - sistemi
rettangolari a quattro ordini e tre gradi: variamente asimmetrici
finnico ed estone
da un lato, e dall'altro quello postulato come protoaltaico -
sistemi triangolari a tre ordini e quattro gradi: italiano (cfr. Graffi/Scalise
p. 79-80) - dopo avere studiato anche il percorso (3) riuscite a comprendere il problema
posto dal vocalismo del kabard?
(2) Consonanti. Questo capitolo - parte generale Graffi/Scalise -
sistema finnico:
serie uniche senza correlazioni (e cfr. i sistemi ancora più semplici di alcune lingue
austronesiane come lo hawaiiano;
in assoluto, comunque, la lingua col sistema fonologico più piccolo del mondo è una lingua
"papua", il rotokas dell'isola Bougainville, con 6 consonanti e 5 vocali)
- giapponese
e protoaltaico:
correlazioni a 2, sordità e sonorità -
sistemi "indoeuropei"
ed indoari, con 3,4,5 correlazioni - il sistema più complesso: l'
ubykh -
esercizio: il sistema italiano in Graffi/Scalise p. 77 è disegnato distribuendo i
fonemi in base alle loro caratteristiche fonetiche oltre che fonologiche, provate
a ridisegnarlo in modo più compatto tenendo conto solo delle relazioni fonologiche
tra i vari fonemi - realismo vs. parsimonia nella costruzione dei sistemi: "sh", "ts",
"ch" e "j" in giapponese.
(3) Allofonia. Questo capitolo - parte generale Graffi/Scalise -
allofonie semplici: /n/ velare in italiano
(in questo paragrafo) ed in finnico -
paradigmi di alternanze morfofonologiche: gradazione baltofinnica -
distribuzioni condizionate sillabicamente: l'armonia vocalica -
fonemi senza realizzazioni fonetiche
esplicite: l'occlusiva glottale del finnico
/'/ e la mora /Q/ del giapponese -
distribuzione complementare di [-ng] e [Ø-] in koreano e loro rappresentazione
fonologica in hangul -
i quadri allofonici di "sh", "ts", "ch" e "j" in giapponese.
Un altro modello della funzione simbolica che ha goduto di molta
diffusione è quello che proposero nel 1923 lo psicologo ed anglista (è stato il principale
proponente del Basic English) Charles Kay Ogden (1889-1957) ed il critico letterario e
studioso di estetica Ivor Amstrong Richards (1893-1979) in un fortunato libro: The
Meaning of Meaning: a study of the influence of language upon thought and of the science of symbolism,
New York, Harcourt & Brace, 1923.
Si tratta del cosiddetto "triangolo della significazione", in cui si trovano correlati
come elementi costitutivi un significante ("symbol") un significato ("thought or reference") ed
un referente da relazioni definite come nella tavola seguente:
[tav. 4]
Il triangolo della significazione di Ogden e Richards. Adattato da C. K. Ogden e
A. Richards, The Meaning of Meaning: a study of the influence of language upon thought
and of the science of symbolism, New York, Harcourt & Brace, 1938 [1923], p. 11.
Dei tre elementi, "simbolo", "pensiero" e "referente", della triade (rappresentati dai
vertici del triangolo) i primi due corrispondono grosso
modo rispettivamente al signifiant ed al signifié di Saussure. Lo schema
cerca inoltre di collegare i tre elementi con funzioni distinte (in azzurro nella
tavola) associate ciascuna a valori di verità (in arancio nella tavola).
Nonostante la diffusione tuttora perdurante (anche
manuali recentissimi di linguistica continuano a riproporre l'ormai classico disegno
del triangolo per la struttura del segno) di questo modello, e nonostante molti suoi meriti,
dobbiamo constatare che esso segna un notevole passo indietro rispetto a Saussure
ed alla tradizione semiologica che vi si ricollega, ed il problema è stato spesso sottolineato
dai più avvertiti (ad es. da Tullio De Mauro nel commento al Cours, cit.).
Il punto in discussione è la introduzione del referente (oggetto) del segno come
elemento indispensabile della significazione, che rischia di minare la "astrattezza"
del segno linguistico che è stata una così importante scoperta da parte di Saussure.
Questo comporta il rischio di tornare ad una concezione presaussuriana del linguaggio
come nomenclatura (collezione di nomi con cui riferire ai fatti del mondo) anziché
come struttura autonoma, convenzionale ed immotivata, concezione contro cui hanno lottato alacremente tanto
Saussure quanto poi Wittgenstein. L'intuizione di ciò, tra l'altro, risale a molto prima:
ricordate il passo che avevamo riportato di Jonathan Swift? Prima di arrivare all'idea
di abolire tutte le parole, i "dotti" dell'Accademia di Lagado avevano pensato di
eliminare «verbs and participles, because, in reality, all things imaginable are but
nouns». Anche Humpty Dumpty, il personaggio di Carroll nell'altro brano che avevamo
citato, lamentando che «They [le parole] 've a temper, some of them - particularly verbs,
they're the proudest - adjectives you can do anything with, but not verbs», riconosceva
la resistenza del linguaggio a farsi ridurre alla mera costruzione di una nomenclatura del mondo.
Attenzione ai triangoli, dunque, e non fatevene fuorviare!
Abbiamo già avuto occasione di accennare al filosofo americano Charles Sanders
Peirce
(1839-1914, si pronuncia grosso modo come purse 'borsa') a proposito
della fondazione della semiotica (§ 1.0.3) e della occasionale motivatezza
del segno linguistico (§ 1.1.3).
Il suo pensiero non è sempre facile da cogliere e da inquadrare schematicamente anche per
via della dispersione dei suoi scritti: la sua originalità fu davvero riconosciuta solo
dopo la sua morte, sicché molti dei suoi scritti sono postumi, a volte manoscritti e
frammentari; Peirce, inoltre, ha spesso modificato le sue opinioni, sicché i suoi
scritti vanno sempre letti nella giusta cronologia; oltre a ciò, va anche detto che Peirce
fa spesso uso di una terminologia molto personale. Tutte queste caratteristiche
lo hanno reso fino a non molti anni fa un filosofo "da specialisti"; oggi però,
la pubblicazione critica della maggior parte degli scritti, la presenza di
buone introduzioni al suo pensiero (consiglio soprattutto questa antologia, ottimamente
commentata: Charles Sanders Peirce, Semiotica, Testi scelti e introdotti da
Massimo A. Bonfantini, Letizia Grassi, Roberto Grazia, Torino, Einaudi, 1980),
e la disponibiltà online di risorse come il
Commens Dictionary of Peirce's Terms
hanno ricondotto Peirce alla portata di tutti.
Vale comunque ora la pena di spendere qualche parola di più (pur
tenedoci molto sulle generali) almeno sulla sua concezione della significazione.
A grandi linee in base ai diversi tipi di relazioni "significanti" possibili, si può dire che Peirce distinguesse tre tipi ideali (questa triade è stata introdotta in On a New List of Categories, 1867, ora in Collected Papers, Cambridge (Massachusetts, 1931-58, 1.545-559): simbolo, icona ed indice. Naturalmente, con "tipi ideali" si sottointende che nella realtà non troviamo di norma tipi completamente puri.
Per simbolo (termine che noi invece usiamo come iperonimo per qualsiasi struttura
simbolica) Peirce intendeva il segno vero e proprio (compreso la sua manifestazione principe
di "segno linguistico"), la cui significazione è solo in virtù del fatto che è intepretato
dall'interpretante come significante del suo significato. Per il suo carattere arbitrario
e interno alla lingua (relazione arbitraria tra significante e significato),
il "simbolo" di Peirce si accosta molto al "segno" di Saussure.
Per icona, invece, Peirce intendeva il segno che si fonda su una relazione
tra una configurazione materiale ed un oggetto che hanno una proprietà in comune,
o meglio, che sono simili in qualche aspetto (sufficiente per farci ignorare le
loro differenze). In questo senso il segno-icona (come abbiamo già rilevato) è motivato,
cioè il significante non si riferisce al suo oggetto solo per convenzione, e naturalmente
ciò implica che l'oggetto quanto il segno debbano di norma essere esistenti nel mondo esterno
(a differenza del "segno linguistico" saussuriano che, non ci stanchiamo di ripeterlo,
ha un'esistenza solo interna e non è mai un oggetto materiale del mondo). La somiglianza,
inoltre, può peraltro essere scoperta o posta, anche se naturalmente non tutto può
essere icona di tutto: ad esempio immagini, ritratti, onomatopee. Le icone, inoltre,
si possono dividere in tre sottoclassi: immagini (somiglianza complessiva e diretta),
diagrammi (la somiglianza qui concerne la relazione tra le parti rappresentate)
e metafore (parallelismo).
L' indice, infine, è un segno che sta in una relazione diadica, (cioè, per Peirce,
"esistenziale") con il suo oggetto, legame che si fonda su una prossimità spaziale
e/o temporale; l'indice quindi permette di "inferire" l'oggetto o il processo che
rappresenta (dall'indice a ciò verso cui punta). La relazione, nel caso più semplice,
è tra una configurazione materiale ("il dito"), la cui interpretazione (il dito come freccia)
è quasi universale, ed un oggetto ("ciò verso cui punta") che l'indice mi permette
di "inferire" (può trattarsi della causa - un'orma che segna il passaggio di un animale,
della fonte - ossa fossili rispetto agli animali antidiluviani, del produttore dell'indice, ecc.).
Caratteristica della relazione indicale, rispetto a quella segnica, è che attraverso
di essa avviene il rimando a un oggetto (e con ciò il trasporto di un messaggio),
rimando che è motivato (oltre che dal codice che mi permette di interpretare qualcosa
come un indice) dalle circostanze in cui avviene la comunicazione, dalla scena comuniticativa,
con le sue coordinate temporali, spaziali e il suo centro (l'occorrere dell'indice).
Gli indici rivestono notevole importanza anche in linguistica dove sono
di solito chiamati deittici (dal greco deíknymi 'mostrare, indicare'):
si tratta, ad esempio, dei pronomi dimostrativi come "questo", "quello" ecc.,
dei personali come "tu", degli avverbi come "qui", "lì", ecc.
Il valore degli indici di un sistema linguistico, in effetti, è occasionale
nel senso che non è fisso come quello dei segni linguistici veri
e propri (lessicali), il cui valore in una data "langue" è stabile.
Proprio per questo la "deissi" (greco deîxis), ossia la capacità
di ancorare con degli indici il discorso ad una specifica realtà, è
fondamentale per il nostro uso del linguaggio, e le sue caratteristiche sono
state studiate con molta attenzione dalla linguistica (soprattutto dalla "pragmatica"
e dalla "linguistica testuale") oltre che dalla filosofia (ricorderò almeno l'inglese Peter
Frederik Strawson,
1919 -, uno dei principali esponenti della filosofia del linguaggio ordinario di Oxford).
Posso, tra l'altro, segnalarvi un sito sulla deissi
di carattere didattico ed interattivo che è in costruzione proprio qui ad opera
di un nostro dottorando, Adriano Allora.
Una nozione che ci farà comodo usare nei paragrafi che seguono è
inoltre quella di segnale, che assumiamo come termine generico per ricoprire
qualsiasi tipo di segno in cui prevalga la natura materiale (al di là del suo possibile
valore od indicale nel senso di Peirce), da contrapporre alla natura "interna" del segno.
Questo concetto risale, in realtà, a Husserl (il filosofo che abbiamo già menzionato
nel § 1.2.1 a proposito della ricorsività) che lo introduce nella prima delle Ricerche Logiche.
«Il concetto di segnale sembra qui comprendere - cito da Andrea Bonomi, Le immagini
dei nomi, Milano, Garzanti, 1987, p. 24-25 - l'area occupata, in Peirce, dal concetto
di indice e da quello di icona: Husserl infatti parla di segnale nel caso di un oggetto
che rinvia ad un altro per via di una certa contiguità, sia "fisica" (soprattutto
in senso causale: p.e. il fumo che rimanda al fuoco come sua origine), sia percettiva
(come nel caso di un disegno che riproduce i tratti essenziali dell'oggetto rappresentato).
Questa caratterizzazione è però insufficiente. Occorre infatti aggiungere che per
Husserl l'essenza del segnale risiede nel rapporto di indicazione che esso
istituisce, e che può esserci segnale anche senza quella contiguità cui s'è accennato,
ossia su basi puramente arbitrarie, senza relazione causale o isomorfismo percettivo
tra indicante e indicato: quello che conta è che, nel rapporto di indicazione, la
presenza attuale di certi oggetti motiva l'apprensione di certi altri oggetti».